domenica 21 maggio 2017

6. L’Aristotelismo cristiano





Sia chiaro che io non ce l’ho tanto con Aristotele in persona, quanto coi suoi epigoni. Tuttavia, benché lo reputo un’eminente figura dell’ammirevole civiltà greca, pure il consiglio che do ai ragazzi è quello di non perdere tempo sui suoi scritti. Perché, se hanno veramente l’ansia d’imparare qualcosa, allora a tale scopo quella sarebbe fatica sprecata. Veramente io parlo male, per così dire, anche di Platone, criticabile da cima a fondo, e però in questo caso suggerisco di leggerlo ugualmente, se non altro per il pregio letterario dei Dialoghi. Quanto allo Stagirita, invece, il vero interesse della sua monumentale opera non è né il contenuto, e nemmeno la forma, quanto piuttosto l’ascendente che ha suscitato nei secoli a venire. Comprese le curiose circostanze in cui quest’influenza s’è manifestata. Intanto perché, prima di arrivare al successo, egli fu proprio sconosciuto per più di mille anni nell’Occidente romano e medievale, dove il suo nome compare solo nel XII secolo. Rispetto alla quale così lunga dimenticanza, la civiltà araba si sarebbe rivelata ben diversa. Infatti, quando toccò a questi altri di conquistare mezzo mondo, loro si rivelarono assai più intellettualmente sensibili. Perché non appena venuti a contatto con le opere dei Greci, comprese quelle di Aristotele, le hanno tosto tradotte nella loro lingua, per essere studiate e commentate. Sicché è proprio grazie a costoro, e alla loro sincera passione scientifica, se quel patrimonio s’è conservato e trasmesso fino a noi. Poi certo, il pregiudizio religioso ebbe la meglio come sempre. Perché il «Motore immobile» del mondo, benché profano e di per sé stravagante, entusiasmava gli intellettuali arabi, dato che per certi versi ricorda molto da vicino il Dio di Abramo, quello che poi sarebbe paradossalmente diventato lo stesso per le tre religioni monoteiste professate a tutt’oggi. Sicché la curiosità di questo caso è che i Musulmani, benché comparsi per ultimi sulla scena, sono però stati i primi a prendere l’iniziativa culturale di leggere Aristotele, e di farlo soprattutto in chiave religiosa. In questo seguiti a ruota dagli Ebrei, e infine dai Cristiani. Il quale strano ecumenismo si deve proprio al fatto che la Metafisica echeggia in qualche modo i toni del Corano e della Bibbia, ma soprattutto si presta a fornire abbondanza di sottili temi per infinite dispute teologiche. In questa prospettiva lo Stagirita diventa il prototipo dell’uomo che, pur privo di fede rivelata, però con il solo lume della ragione naturale è arrivato fino a concepire un unico dio, conformemente ai culti ufficiali successivi. Col guaio però che questo merito religioso, attribuito dai monaci al filosofo, diventa il pretesto per garantire altresì il valore scientifico della sua opera fisica. Così lui, benché dotato della più fervida immaginazione concettuale, diventa faro di verità universale, e suo malgrado complice della posteriore, dilagante menzogna universale.

Per l’Europa medievale in particolare, il nostro redivivo pensatore fu una sorpresa, a tutta prima accolta con sospetto. Tanto per cominciare, infatti, già ai primi del Duecento la Chiesa ha pensato bene di proibire la lettura e l’insegnamento di quelle opere dentro le sue Università. Perché testi nientemeno che sospetti d’eresia, almeno nella misura in cui effettivamente sostengono opinioni contrastanti, o addirittura inconciliabili con l’ortodossia cattolica. Già a metà secolo però, il pericolo era ormai evidentemente scampato, perché da allora gli scritti aristotelici divennero materia obbligatoria per i corsi di studio superiori. Guarda caso lo stesso periodo in cui l’ancora giovane Tommaso d’Aquino iniziò la sua prestigiosa carriera universitaria alla Sorbonne di Parigi, proprio insegnando l’aristotelismo cristiano. Che sarebbe anzi meglio dire la teologia cristiana tradotta nel linguaggio di Aristotele. Una roba che come minimo avrebbe fatto saltare sulla sedia l’antico pensatore. Che, pur declamato il filosofo per antonomasia, e scritto con la effe maiuscola, riesce pur sempre ridotto a una sorta di minorato. Appunto perché avrebbe conosciuto praticamente tutto, tranne la vera religione. Esattamente in linea con quanto avevano già argomentato anche gli Arabi e gli Ebrei. Così il tracotante Aquinate piega come gli fa comodo un pensiero che invece, come la grecità in genere, c’entra ben poco con lui. Col risultato che la filosofia e la scienza di Aristotele sarebbero ormai compiute una volta per tutte, mentre la sua dottrina andava emendata giusto in modo da far posto al Dio biblico. Il quale a sua volta risulta ben più impegnato dell’impassibile «Motore», che per l’eternità si limita a pensare se stesso, mentre fa girare il mondo stando immobile. Al contrario, quella ormai in auge per tutto il mondo medievale conosciuto, è una divinità che anche parla, ascolta, vede, vuole, crea, ama, comanda, giudica, premia, condanna, - e insomma provvede a tutte le faccende del mondo e degli uomini. Un Dio tanto indaffarato da far supporre che non abbia un attimo di tempo libero. E tanto antiquato da ricordare più il fin troppo umano Giove, che non l’astratto e raffinato dio aristotelico.

Così che al nostro filosofo è toccata in sorte le stessa mistificazione da lui riservata ai pensatori che l’hanno preceduto. Perché non meno spregiudicato nei suoi confronti è stato frate Tommaso. Anche costui infatti, con la sua subdola manovra culturale, s’è servito bellamente della novità aristotelica, travisandone senza ritegno i contenuti, pur di abusarne ai suoi scopi. Il fatto è che Aristotele, a differenza di Platone, ha fornito un vero e proprio sistema del mondo, cioè una visione schematicamente ordinata del tutto, che classifica, insieme ai vari tipi di oggetti esistenti, i loro rispettivi saperi. Ed è proprio di questa struttura concettuale che il teologo per antonomasia ha approfittato, per fornire un impianto logico e una coerenza sistematica alla dottrina della Chiesa. Per la quale pur di per sé sleale operazione, l’Aquinate è stato beatificato e santificato, nonché portato ancora oggi come insuperato esempio di sapienza. Costui s’è anche guadagnato il titolo di «Dottor angelico», e questo mi dà l’occasione per fare un esempio di ciò che sto dicendo. Quell’appellativo infatti, non ha un significato etico, ma va inteso proprio nel senso di nientemeno che angeologo, che letteralmente significa ‘scienziato degli angeli’. Una vecchia credenza, certo, ma di cui lo Stagirita non fa menzione. Laddove il fondatore del Tomismo non s’è fatto scrupoli di prendere la già controversa cosmologia aristotelica per trasformarla, stravolgendone oltre modo lo spirito dottrinale originario. Ecco allora le divine, ma corporee sfere celesti di Aristotele, mutarsi come per magia in cori o schiere di angeli, immaginifici esseri incorporei e intelletuali, ma solo semidivini. Il tutto senza peraltro fare il minimo cenno ai risvolti astronomici della questione, come se in cielo non ci fosse più spazio per i pianeti e le stelle.

Eppure una roba simile è indicata a gran voce, perfino negli attuali manuali scolastici, come l’epoca aurea della Scolastica. Senza però aggiungere che quello è stato il trionfo della più ideologica e infestante corrente di pensiero che si sia mai vista. La cui millenaria e millenarista influenza ha procurato i guasti più gravi alla nostra civiltà materiale e culturale. Perché a differenza degli intelletuali Greci e Arabi, i preti Cristiani hanno riposto con cura ogni interesse scientifico nel cassetto, in questo al pari dei Romani. Peggio ancora, hanno messo al bando qualsiasi materia di studio che non fosse incentrata su capziose questioni metafisiche, talmente assurde da far drizzare i capelli, e con uno spreco enorme della fresca energia mentale di tanti giovani. A partire dall’alba medievale questa fede, e questa presunta scienza di Dio, ha dominato incontrastata il panorama culturale europeo per oltre cinque secoli. Sicché il colmo è che con l’apogeo tomista, da una parte la sedicente sapienza cristiana s’è appropriata dell’Aristotelismo, specie del suo esito teologico. Mentre però d’altra parte contraddiceva lo stesso Aristotele, perché proprio quella mossa significava rigettare il genuino spirito di ricerca che lo aveva distinto. In un certo senso il frate d’Aquino, appropriandosi di una dottrina formulata oltre mille anni prima, ha piantato le radici della Chiesa nella tradizione antica, riuscendo per così dire a fermare il tempo. Perché nel ritenere ancora attendibile quel benché pagano pensiero, egli lo proclama come una sorta di verità eterna, cioè senza tempo. Quasi che lo Stagirita, già ai suoi tempi, avesse conosciuto tutto ciò che è possibile a un uomo dotato d’intelletto, ma senza fede nel Dio giudaico cristiano. Come se dopo di lui ogni problema fosse risolto una volta per tutte, - non importa se d’ordine fisico, metafisico, etico, estetico, politico, giuridico, o finanche economico. Col risultato che ormai, per i secoli dei secoli, agli uomini non resta nient’altro di nuovo da sapere.

Paradossalmente il geniale Tommaso realizza sulla Terra quell’imperturbabile quiete che Aristotele agognava per il suo dio ubicato fuori dal mondo.  Con la differenza che in questo caso tocca all’umanità europea d’essere mentalmente immobilizzata dalla teologia tardo medievale, resa più forte dal peggio della filosofia antica. Lo Stagirita infatti, è proclamato infallibile su tutta la linea, ma proprio perché il suo pensiero si presta ad anticipare, e dunque a quasi profeticamente confermare, importanti articoli di fede. E poiché quella filosofia è stimata già perfettamente compiuta, ecco che a maggior ragione la dottrina cristiana può lecitamente pretendere d’essere sempre vera. Così la Chiesa raccoglie indebitamente il testimone dal remoto passato, per trasmetterlo, debitamente purgato, fino al futuro remoto dell’umanità, quando alla fine del mondo tutto dovrebbe far ritorno a Dio. Una roba che Aristotele non si sarebbe mai neanche lontanamente sognato. Tuttavia l’avrebbe forse consolato sapere che quella sfrontata manipolazione, quel vero e proprio tradimento toccatogli in sorte, non è stato vano, perché il suo sacrificio ha giovato alla causa della suprema disciplina, anche a lui tanto cara. A quel punto infatti, la stessa teologia poteva ostentare d’essere ormai di per sé compiuta una volta per sempre. Grazie all’Aquinate possiamo finalmente sapere con sicurezza come stanno certe cose, fin nei più minuziosi dettagli. La scienza di Dio è ormai talmente avanzata da dimostrare razionalmente l’esistenza del suo oggetto, in modo tanto evidente da rendere quasi superfluo il bisogno di credere. Per questo la sapienza cristiana, ancor più di quella aristotelica, si merita il titolo di verità perfetta, totale, eterna e immutabile. La stessa sconcertante pretesa delle religioni di tutti i tempi, che però stavolta forse più che mai, sentenzia la condanna dell’umanità alla più retriva e reazionaria inerzia culturale. Ciò che io intendo per buio medievale, il cui oscurantismo s’estende fino ai giorni nostri.

Sicché il Cristianesimo europeo ha dapprima ereditato dai Romani la lingua latina, insieme al loro collaudato sistema di potere, per poi apprendere dagli Arabi l’opera di Aristotele. Con la quale ultima, disinvoltamente rimaneggiata, la Chiesa ha potuto imporsi anche come faro, nonché arbitra del sapere filosofico e scientifico. Così essa, oltre che depositaria della fede, nonché detentrice di un già consolidato governo, a quel punto poteva anche decidere che cosa si potesse pensare o dire, e cosa no. Col guaio che, asservendo ogni interesse a se stessa, la smania teologica ha finito per ostacolare qualsiasi altro tipo di ricerca, soffocando qualsiasi progresso possibile nella conoscenza scientifica del mondo, della vita e dell’uomo. Perché ormai a inquadrare ogni cosa bastava la scienza tomista di Dio, cui tutto faceva capo. Non a caso il frate domenicano ha ereditato da Aristotele la curiosa mentalità di ordinare tutto secondo una struttura rigorosamente gerarchica, e cioè non solo gli uomini, ma anche il mondo intero. Con una differenza però, che la Metafisica aristotelica segue un percorso in salita, da per così dire sottoterra, alla Terra, fino al cielo, e finanche fuori dal medesimo. Mentre la tomista Somma Teologica procede a rovescio, partendo senza indugi dalla minuziosa descrizione di Dio. Per poi scendere attraverso la stravagante cosmologia angelica, passare per il Genesi biblico, e arrivare finalmente all’uomo. Anzi meglio, alla sua anima, motrice del percorso inverso di ritorno al Dio di partenza. Con tanto di dettagliato resoconto finale su come dovrebbe avvenire la resurrezione dei morti alla fine del mondo.

Ora, qui non è certo il caso di buttarla in politica, e tuttavia non posso ignorare come lo spacciare argomenti simili per verità rivelate e dimostrate, abbia anche delle conseguenze pratiche, producendo effetti nefasti già in questo mondo. Perché la presunta opera di salvezza portata avanti dalla Chiesa, non s’accontenta della credenza, ma esige soprattutto l’obbedienza del popolo. Perché non ci piove che ogni autorità umana esiste finché esercita un potere sugli altri, e in questo i comandamenti di Dio non fanno eccezione ai comandi dello Stato. Anzi, sotto il governo spirituale della Chiesa, al popolo s’addice più che mai d’essere povero e ignorante, per riuscire un perfetto, zelante, obbediente credente. Così la povertà, l’ignoranza, la suddittanza, - che pure sono i tratti della condizione più disumana che ci possa essere - eccole invece diventare virtù salvifiche. Sicché per il clero è stato facile schierarsi sempre dalla parte dei poveri, ma senza mai combattere la povertà, e anzi perorandone la causa, quasi fosse una benedizione. Mentre al popolo, oltre il danno di essere doppiamente sfruttato, la beffa di sentirsi dire che è per il suo bene. Tanto per la povera gente fa poca differenza se a dettare legge sia un sovrano temporale o spirituale, se l’autorità indossi la corona o la tiara. Perché la virtù dei sottoposti, ma anche il loro obbligo, è solo di obbedire agli ordini, da qualunque parte arrivino, nell’ossequiosa venerazione di ogni potere costituito. La quale meschina concezione compare peraltro in circostanze curiose. Perché l’Aquinate, senza tanti complimenti, ha fatto propria anche l’Etica e la Politica di Aristotele. Eppure costui se n’è guardato bene dal predicare la virtù dell'obbedienza. Ritenuta anzi un comportamento da minorati, per gente incapace d’intendere e di volere, tipo i bambini, le donne, e gli schiavi. Certo, questo non vuol dire che il filosofo avesse una concezione chissà quanto avanzata. Per lui l’uomo libero era il maschio adulto di cittadinanza greca. Colui che poteva vantare quella condizione anzitutto in quanto capo famiglia, cioè per motivi economici prima che politici. Per costui infatti, libertà voleva dire vantare un titolo di proprietà esclusiva sulla benché piccola impresa agricola. Tutto quanto era a nome suo - dalla terra alla casa, dalla moglie ai figli, dagli attrezzi agli animali, fino agli schiavi. Sicché il prototipo di essere umano emancipato era il padrone assoluto dell’azienda domestica, ovviamente dedito a comandare il da farsi ai sottoposti. Per questo l’uomo greco, anche se solo modestamente ricco, pure aveva il tempo di fare politica, e dar luogo al regime democratico. Che certo sorprende per quei tempi, ma in realtà fu tale solo per modo di dire, perché quella libertà di alcuni si basava appunto sull’esclusione, e perfino sulla schiavitù degli altri. E dunque fin troppo facile dire che un libero obbedisce solo a se stesso, quando poi ha una schiera di suoi simili al proprio servizio.

In ogni caso, l’affermazione che la sottomissione sia un valore universale, è stata senz’altro un portato originale del pensiero cristiano, che guarda caso nei secoli ha sempre fatto tanto comodo ai potenti della Terra. La Chiesa infatti, mentre a parole faceva sua la causa degli ultimi, poi di fatto s’è sempre schierata con i primi di questo mondo. Perché, nonostante il conflitto dei poteri che pure c’è stato, nessuno può dubitare che l’alleanza tra il Trono e l’Altare sia il dato più ricorrente della storia occidentale. Anzi meglio, fin dalla sua tolleranza, cioè già con Costantino, il Cristianesimo s’afferma come simbolico connubio tra la croce e la spada. D’altra parte non è una novità, perché fin dall’alba della civiltà il potere politico regale è sempre andato a braccetto con quello religioso sacerdotale, proprio per il sostegno reciproco che si danno. Per cui non c’è da meravigliarsi se il cattolicesimo romano ha sempre prediletto stabilire rapporti d’amicizia e collaborazione con i sovrani, più che con i sudditi. La Chiesa emergente ha anzi avuto gioco assai facile a imporsi, senza neanche farsi il problema se i suoi adepti fossero Romani o Germani. Perché tanto le bastava la conversione di un Re a far sì che anche un intero popolo abbracciasse la nuova religione. Da qui a incensare il potere costituito, e poi perfino consacrarlo, il passo è stato breve. Dall’incoronazione di Carlo Magno, fino a quella di Napoleone, i Papi hanno legittimato l’odioso imperio degli uomini sui loro simili, e per di più con l’odiosa scusa che quella fosse la volontà di Dio. E non è che i capi religiosi abbiano agito così per amore, bensì in vista d’assai meno decorosi motivi politici. Cioè riconoscere l’altrui dominio allo scopo di consolidare la propria posizione dominante. Di qui la sfrontata e ipocrita mistificazione, secondo cui non sarebbero certi uomini avidi di potere, bensì Dio stesso che attribuirebbe loro la facoltà di signoreggiare gli altri. Alla quale dogmatica apologia del dominio s’accompagna la sconcia postilla che, stando così le cose, allora comandare vorrebbe dire servire i sottoposti, invece che approfittare di loro facendosi servire. Fortuna che il popolo di Dio, - già di per sè povero, ignorante e sottomesso - può consolarsi nella speranza, cioè la sedicente virtù più beffarda di tutte, che si nutre e sazia della semplice attesa di un mondo e una vita migliori. Così a questa miserabile umanità contadina tocca di fare una cosa sola, e cioè lavorare, per produrre non solo l’indispensabile a se stessa, ma soprattutto ogni lusso e ricchezza d’appropriazione altrui. Ugualmente alla povera gente resta da sapere, e anzi credere una cosa sola. Ossia che per elevarsi al divino Regno dei cieli, e conseguire la sognata salvezza, deve prima abbassarsi e asservirsi ai Regni umani sulla Terra. E deve farlo proprio come per un precetto religioso, prima che per obbligo politico. Ecco allora la differenza tra i filosofi greci e i preti cattolici. Che i primi disprezzavano il popolo dall’alto della loro condizione aristocratica, mentre i secondi lo elogiano, abbassandosi al suo livello, ma solo per raggirarlo meglio.

Anche l’Aquinate conferma e ripete che sarebbe stato Dio stesso ad aver istituito il potere sovrano, e insieme la suddittanza popolare. Per il semplice fatto che se nella comunità non ci fosse uno che comanda, allora il consorzio umano andrebbe in rovina. Aggiungendo che un popolo senza Re non saprebbe che fare e dove andare, esattamente come un corpo senza l’anima. Aristotele invece, sebbene solo tra le righe, e con meno insulsaggine, esprime un concetto diverso, ma per certi versi analogo. Laddove egli osserva che le storie mitiche e le pratiche di culto erano state inventate per tenere a bada la massa incolta, cioè «aggiunte per infondere persuasione nel popolo e per far osservare le leggi» (Metafisica, XII, 8, 1074b, 5). Certo, anche stavolta lui attesta un dato di fatto, ma non per contestarlo, proprio perché la sua concezione dell’uomo non è meno efferata di quella cristiana. Per cui gli va bene che le cose stiano così, né lo disturba che il popolo sia praticamente ingannato con delle favole, pur di essere tenuto buono e asservito al potere costituito. Nel dire quella cosa, invece, il filosofo tiene piuttosto a marcare la differenza, tra la sua aristocratica concezione religiosa e la rozza devozione della gente comune. Mentre l’ideologia ecclesiastica quella frase l’ha proprio presa alla lettera. Provvedendo attivamente all’istruzione religiosa del popolo, i preti l’hanno ottenebrato, e con ciò incatenato alla sua triste sorte nei secoli dei secoli. Ecco allora perché dico che l’avvento del Tomismo, declamata vetta insuperata del pensiero cristiano, ha segnato altresì un grave ostacolo al progresso del pensiero umano. Perché l’accorto frate, ammantando di parvenza scientifica perfino il repertorio liturgico della Chiesa, s’è reso grave complice di spacciare per verità le pure invenzioni, le puerili credenze, e perfino le più spudorate menzogne religiose. Col suo sotterfugio culturale costui, presi al volo i peggiori pregiudizi aristotelici, li ha usati solo per rendere plausibile una credenza che, come quella nel Dio ebreo, ha ben poco di concettualmente sofisticato. Certo, già il Vangelo di Giovanni evoca la grecità, e già in epoca alessandrina gli Ebrei hanno provato a tradurre il Timeo platonico nel Genesi biblico. Tuttavia è toccato a Tommaso di elevare fino alla raffinata altezza culturale dei Greci la rozza fede religiosa di un popolo nomade, rivisitata dal visionario Ebreo di Nazareth. Peccato che tale operazione, pur unanimemente spacciata per il non plus ultra della cultura cattolica di tutti i tempi, esprima in realtà il colmo della sfrontatezza intellettuale. Uno spregiudicato abuso di sapere e di potere, tanto più odioso perché ammantato con parole d’amore, più che sufficienti a incantare la gente semplice.

Ancora nel 1923, in occasione del sesto centenario della canonizzazione, Pio XI proclamava il teologo d’Aquino Duce, cioè capo degli studi e studiosi ecclesiastici, con l'Enciclica titolata appunto Studiorum Ducem. Dove anzitutto colpisce la sconcertante pretesa che una concezione formulata tanti secoli prima possa essere ritenuta ancora vera, e anzi debba esserlo per sempre, quasi fosse un quinto Vangelo redatto per i credenti più dotti. Ora, io posso anche ammettere che la verità delle cose sia eterna, cioè in se stessa sempre vera. Da qui però, a rivendicare che un monaco del tardo Medioevo l’abbia detta una volta per tutte, ce ne corre veramente troppo. Perfino Galilei e Newton, loro sì autentici innovatori, sono poi stati in parte smentiti. Appunto perché la verità non sarà mai esaurita dagli uomini, e la sua ricerca mai compiuta. Laddove in quel documento citato l’Aquinate è spacciato per il sapiente definitivo della Chiesa, come se dopo di lui non ci fosse ormai più altro da sapere. Curioso che anzitutto Pio XI evochi la santità dello scienziato per assicurare la verità della sua scienza. Certo, «le cose che sono sopra la natura» costituiscono un oggetto di studio particolare, per il quale occorre non solo intelletto, ma anche virtù, perché Dio stesso non è solo sapiente, ma anche buono. Per questo «nessuno potrà acquistare un'esatta cognizione di Dio con la sola diligente ricerca scientifica, se non sarà anche con Dio in perfetta unione». Sicché a differenza del filosofo, che ama il sapere di per sé, il teologo ama invece l’oggetto del suo sapere, un po’ come l’attore che s’immedesima nella parte che recita. Ecco allora che, per acquisire certe conoscenze, non bastano le sole forze umane, perché ci vuole anche nientemeno che una «sapienza derivata da Dio per infusione». Eppure il Dottore angelico avrebbe ugualmente superato se stesso, perché già col suo portentoso lume naturale sarebbe venuto a capo della questione decisiva, fornendo col solo ragionamento la prova di ciò che pure è di per sé irrazionale. Come dice questo Papa,

 «Gli argomenti con cui San Tommaso dimostra l'esistenza di Dio (...) sono anche oggi, come nel medioevo, le prove più valide, chiara conferma del dogma della Chiesa, (...) quasi oro che nessun acido può alterare».

Poi certo, una volta appurato questo, e col solo ausilio dell’umano intelletto, il più è fatto. Ed è proprio per questo straordinario merito che al genio d’Aquino spetta come minimo il titolo di maestro universale di «tutte le scienze sacre», nonché patrono delle scuole e Università cattoliche. Mentre alla sua opera conviene la dignità di eterno e immutabile patrimonio culturale dell’umanità cristiana. Un bene da conservare gelosamente intatto, proprio come se il tempo si fosse fermato nel XIII secolo. Con l’evidente incongruenza che, mentre oggi nessuno prende più sul serio l’Aristotelismo, invece milioni di persone continuano a credere nella favola biblica. Che pure nella versione tomista, la più sofisticata del Cattolicesimo, attinge  a piene mani dal campionario concettuale trasmesso dallo Stagirita. Il colmo è tuttavia un altro ancora, ossia che in questo documento pontificio Aristotele non è nominato nemmeno una volta. Il che denota l’assai scarsa onestà intellettuale di Pio XI, che maltratta il filosofo come si fa con un testimone scomodo, cioè quasi non fosse mai esistito. E ci credo, perché il dogma secondo cui la portentosa sapienza di Tommaso sarebbe «infusa» da Dio, mal si concilia col fatto che sia stata invece ispirata da cima a fondo dal pagano pensatore greco.

 

 


 

 

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