Sia chiaro che io non ce
l’ho tanto con Aristotele in persona, quanto coi suoi epigoni. Tuttavia, benché
lo reputo un’eminente figura dell’ammirevole civiltà greca, pure il consiglio
che do ai ragazzi è quello di non perdere tempo sui suoi scritti. Perché, se
hanno veramente l’ansia d’imparare qualcosa, allora a tale scopo quella sarebbe
fatica sprecata. Veramente io parlo male, per così dire, anche di Platone,
criticabile da cima a fondo, e però in questo caso suggerisco di leggerlo
ugualmente, se non altro per il pregio letterario dei Dialoghi. Quanto allo
Stagirita, invece, il vero interesse della sua monumentale opera non è né il
contenuto, e nemmeno la forma, quanto piuttosto l’ascendente che ha suscitato
nei secoli a venire. Comprese le curiose circostanze in cui quest’influenza s’è
manifestata. Intanto perché, prima di arrivare al successo, egli fu proprio
sconosciuto per più di mille anni nell’Occidente romano e medievale, dove il
suo nome compare solo nel XII secolo. Rispetto alla quale così lunga
dimenticanza, la civiltà araba si sarebbe rivelata ben diversa. Infatti, quando
toccò a questi altri di conquistare mezzo mondo, loro si rivelarono assai più
intellettualmente sensibili. Perché non appena venuti a contatto con le opere
dei Greci, comprese quelle di Aristotele, le hanno tosto tradotte nella loro
lingua, per essere studiate e commentate. Sicché è proprio grazie a costoro, e
alla loro sincera passione scientifica, se quel patrimonio s’è conservato e
trasmesso fino a noi. Poi certo, il pregiudizio religioso ebbe la meglio come
sempre. Perché il «Motore immobile» del mondo, benché profano e di per sé
stravagante, entusiasmava gli intellettuali arabi, dato che per certi versi
ricorda molto da vicino il Dio di Abramo, quello che poi sarebbe
paradossalmente diventato lo stesso per le tre religioni monoteiste professate
a tutt’oggi. Sicché la curiosità di questo caso è che i Musulmani, benché
comparsi per ultimi sulla scena, sono però stati i primi a prendere
l’iniziativa culturale di leggere Aristotele, e di farlo soprattutto in chiave
religiosa. In questo seguiti a ruota dagli Ebrei, e infine dai Cristiani. Il
quale strano ecumenismo si deve proprio al fatto che la Metafisica
echeggia in qualche modo i toni del Corano e della Bibbia, ma soprattutto si
presta a fornire abbondanza di sottili temi per infinite dispute teologiche. In
questa prospettiva lo Stagirita diventa il prototipo dell’uomo che, pur privo
di fede rivelata, però con il solo lume della ragione naturale è arrivato fino
a concepire un unico dio, conformemente ai culti ufficiali successivi. Col
guaio però che questo merito religioso, attribuito dai monaci al filosofo,
diventa il pretesto per garantire altresì il valore scientifico della sua opera
fisica. Così lui, benché dotato della più fervida immaginazione concettuale,
diventa faro di verità universale, e suo malgrado complice della posteriore,
dilagante menzogna universale.
Per l’Europa medievale in
particolare, il nostro redivivo pensatore fu una sorpresa, a tutta prima
accolta con sospetto. Tanto per cominciare, infatti, già ai primi del Duecento
la Chiesa ha pensato bene di proibire la lettura e l’insegnamento di quelle
opere dentro le sue Università. Perché testi nientemeno che sospetti d’eresia,
almeno nella misura in cui effettivamente sostengono opinioni contrastanti, o
addirittura inconciliabili con l’ortodossia cattolica. Già a metà secolo però,
il pericolo era ormai evidentemente scampato, perché da allora gli scritti
aristotelici divennero materia obbligatoria per i corsi di studio superiori.
Guarda caso lo stesso periodo in cui l’ancora giovane Tommaso d’Aquino iniziò la
sua prestigiosa carriera universitaria alla Sorbonne di Parigi, proprio
insegnando l’aristotelismo cristiano. Che sarebbe anzi meglio dire la teologia
cristiana tradotta nel linguaggio di Aristotele. Una roba che come minimo
avrebbe fatto saltare sulla sedia l’antico pensatore. Che, pur declamato il
filosofo per antonomasia, e scritto con la effe maiuscola, riesce pur sempre
ridotto a una sorta di minorato. Appunto perché avrebbe conosciuto praticamente
tutto, tranne la vera religione. Esattamente in linea con quanto avevano già
argomentato anche gli Arabi e gli Ebrei. Così il tracotante Aquinate piega come
gli fa comodo un pensiero che invece, come la grecità in genere, c’entra ben
poco con lui. Col risultato che la filosofia e la scienza di Aristotele sarebbero
ormai compiute una volta per tutte, mentre la sua dottrina andava emendata
giusto in modo da far posto al Dio biblico. Il quale a sua volta risulta ben
più impegnato dell’impassibile «Motore», che per l’eternità si limita a pensare
se stesso, mentre fa girare il mondo stando immobile. Al contrario, quella
ormai in auge per tutto il mondo medievale conosciuto, è una divinità che anche
parla, ascolta, vede, vuole, crea, ama, comanda, giudica, premia, condanna, - e
insomma provvede a tutte le faccende del mondo e degli uomini. Un Dio tanto
indaffarato da far supporre che non abbia un attimo di tempo libero. E tanto
antiquato da ricordare più il fin troppo umano Giove, che non l’astratto e
raffinato dio aristotelico.
Così che al nostro filosofo
è toccata in sorte le stessa mistificazione da lui riservata ai pensatori che
l’hanno preceduto. Perché non meno spregiudicato nei suoi confronti è stato
frate Tommaso. Anche costui infatti, con la sua subdola manovra culturale, s’è
servito bellamente della novità aristotelica, travisandone senza ritegno i
contenuti, pur di abusarne ai suoi scopi. Il fatto è che Aristotele, a
differenza di Platone, ha fornito un vero e proprio sistema del mondo, cioè una
visione schematicamente ordinata del tutto, che classifica, insieme ai vari
tipi di oggetti esistenti, i loro rispettivi saperi. Ed è proprio di questa
struttura concettuale che il teologo per antonomasia ha approfittato, per
fornire un impianto logico e una coerenza sistematica alla dottrina della
Chiesa. Per la quale pur di per sé sleale operazione, l’Aquinate è stato
beatificato e santificato, nonché portato ancora oggi come insuperato esempio
di sapienza. Costui s’è anche guadagnato il titolo di «Dottor angelico», e
questo mi dà l’occasione per fare un esempio di ciò che sto dicendo.
Quell’appellativo infatti, non ha un significato etico, ma va inteso proprio
nel senso di nientemeno che angeologo, che letteralmente significa ‘scienziato
degli angeli’. Una vecchia credenza, certo, ma di cui lo Stagirita non fa menzione.
Laddove il fondatore del Tomismo non s’è fatto scrupoli di prendere la già
controversa cosmologia aristotelica per trasformarla, stravolgendone oltre modo
lo spirito dottrinale originario. Ecco allora le divine, ma corporee sfere
celesti di Aristotele, mutarsi come per magia in cori o schiere di angeli,
immaginifici esseri incorporei e intelletuali, ma solo semidivini. Il tutto
senza peraltro fare il minimo cenno ai risvolti astronomici della questione,
come se in cielo non ci fosse più spazio per i pianeti e le stelle.
Eppure una roba simile è
indicata a gran voce, perfino negli attuali manuali scolastici, come l’epoca
aurea della Scolastica. Senza però aggiungere che quello è stato il trionfo
della più ideologica e infestante corrente di pensiero che si sia mai vista. La
cui millenaria e millenarista influenza ha procurato i guasti più gravi alla
nostra civiltà materiale e culturale. Perché a differenza degli intelletuali
Greci e Arabi, i preti Cristiani hanno riposto con cura ogni interesse
scientifico nel cassetto, in questo al pari dei Romani. Peggio ancora, hanno
messo al bando qualsiasi materia di studio che non fosse incentrata su capziose
questioni metafisiche, talmente assurde da far drizzare i capelli, e con uno
spreco enorme della fresca energia mentale di tanti giovani. A partire
dall’alba medievale questa fede, e questa presunta scienza di Dio, ha dominato
incontrastata il panorama culturale europeo per oltre cinque secoli. Sicché il
colmo è che con l’apogeo tomista, da una parte la sedicente sapienza cristiana
s’è appropriata dell’Aristotelismo, specie del suo esito teologico. Mentre però
d’altra parte contraddiceva lo stesso Aristotele, perché proprio quella mossa
significava rigettare il genuino spirito di ricerca che lo aveva distinto. In un
certo senso il frate d’Aquino, appropriandosi di una dottrina formulata oltre
mille anni prima, ha piantato le radici della Chiesa nella tradizione antica,
riuscendo per così dire a fermare il tempo. Perché nel ritenere ancora
attendibile quel benché pagano pensiero, egli lo proclama come una sorta di
verità eterna, cioè senza tempo. Quasi che lo Stagirita, già ai suoi tempi,
avesse conosciuto tutto ciò che è possibile a un uomo dotato d’intelletto, ma
senza fede nel Dio giudaico cristiano. Come se dopo di lui ogni problema fosse
risolto una volta per tutte, - non importa se d’ordine fisico, metafisico,
etico, estetico, politico, giuridico, o finanche economico. Col risultato che
ormai, per i secoli dei secoli, agli uomini non resta nient’altro di nuovo da sapere.
Paradossalmente il geniale
Tommaso realizza sulla Terra quell’imperturbabile quiete che Aristotele
agognava per il suo dio ubicato fuori dal mondo. Con la differenza che in questo caso tocca
all’umanità europea d’essere mentalmente immobilizzata dalla teologia tardo
medievale, resa più forte dal peggio della filosofia antica. Lo Stagirita
infatti, è proclamato infallibile su tutta la linea, ma proprio perché il suo
pensiero si presta ad anticipare, e dunque a quasi profeticamente confermare,
importanti articoli di fede. E poiché quella filosofia è stimata già
perfettamente compiuta, ecco che a maggior ragione la dottrina cristiana può
lecitamente pretendere d’essere sempre vera. Così la Chiesa raccoglie
indebitamente il testimone dal remoto passato, per trasmetterlo, debitamente
purgato, fino al futuro remoto dell’umanità, quando alla fine del mondo tutto
dovrebbe far ritorno a Dio. Una roba che Aristotele non si sarebbe mai neanche
lontanamente sognato. Tuttavia l’avrebbe forse consolato sapere che quella
sfrontata manipolazione, quel vero e proprio tradimento toccatogli in sorte,
non è stato vano, perché il suo sacrificio ha giovato alla causa della suprema
disciplina, anche a lui tanto cara. A quel punto infatti, la stessa teologia
poteva ostentare d’essere ormai di per sé compiuta una volta per sempre. Grazie
all’Aquinate possiamo finalmente sapere con sicurezza come stanno certe cose,
fin nei più minuziosi dettagli. La scienza di Dio è ormai talmente avanzata da
dimostrare razionalmente l’esistenza del suo oggetto, in modo tanto evidente da
rendere quasi superfluo il bisogno di credere. Per questo la sapienza
cristiana, ancor più di quella aristotelica, si merita il titolo di verità
perfetta, totale, eterna e immutabile. La stessa sconcertante pretesa delle
religioni di tutti i tempi, che però stavolta forse più che mai, sentenzia la
condanna dell’umanità alla più retriva e reazionaria inerzia culturale. Ciò che
io intendo per buio medievale, il cui oscurantismo s’estende fino ai giorni
nostri.
Sicché il Cristianesimo
europeo ha dapprima ereditato dai Romani la lingua latina, insieme al loro
collaudato sistema di potere, per poi apprendere dagli Arabi l’opera di
Aristotele. Con la quale ultima, disinvoltamente rimaneggiata, la Chiesa ha
potuto imporsi anche come faro, nonché arbitra del sapere filosofico e
scientifico. Così essa, oltre che depositaria della fede, nonché detentrice di
un già consolidato governo, a quel punto poteva anche decidere che cosa si
potesse pensare o dire, e cosa no. Col guaio che, asservendo ogni interesse a
se stessa, la smania teologica ha finito per ostacolare qualsiasi altro tipo di
ricerca, soffocando qualsiasi progresso possibile nella conoscenza scientifica
del mondo, della vita e dell’uomo. Perché ormai a inquadrare ogni cosa bastava
la scienza tomista di Dio, cui tutto faceva capo. Non a caso il frate
domenicano ha ereditato da Aristotele la curiosa mentalità di ordinare tutto
secondo una struttura rigorosamente gerarchica, e cioè non solo gli uomini, ma
anche il mondo intero. Con una differenza però, che la Metafisica aristotelica
segue un percorso in salita, da per così dire sottoterra, alla Terra, fino al
cielo, e finanche fuori dal medesimo. Mentre la tomista Somma Teologica procede
a rovescio, partendo senza indugi dalla minuziosa descrizione di Dio. Per poi
scendere attraverso la stravagante cosmologia angelica, passare per il Genesi
biblico, e arrivare finalmente all’uomo. Anzi meglio, alla sua anima,
motrice del percorso inverso di ritorno al Dio di partenza. Con tanto di
dettagliato resoconto finale su come dovrebbe avvenire la resurrezione dei
morti alla fine del mondo.
Ora, qui non è certo il caso
di buttarla in politica, e tuttavia non posso ignorare come lo spacciare
argomenti simili per verità rivelate e dimostrate, abbia anche delle
conseguenze pratiche, producendo effetti nefasti già in questo mondo. Perché la
presunta opera di salvezza portata avanti dalla Chiesa, non s’accontenta della
credenza, ma esige soprattutto l’obbedienza del popolo. Perché non ci piove che
ogni autorità umana esiste finché esercita un potere sugli altri, e in questo i
comandamenti di Dio non fanno eccezione ai comandi dello Stato. Anzi, sotto il
governo spirituale della Chiesa, al popolo s’addice più che mai d’essere povero
e ignorante, per riuscire un perfetto, zelante, obbediente credente. Così la
povertà, l’ignoranza, la suddittanza, - che pure sono i tratti della condizione
più disumana che ci possa essere - eccole invece diventare virtù salvifiche.
Sicché per il clero è stato facile schierarsi sempre dalla parte dei poveri, ma
senza mai combattere la povertà, e anzi perorandone la causa, quasi fosse una
benedizione. Mentre al popolo, oltre il danno di essere doppiamente sfruttato,
la beffa di sentirsi dire che è per il suo bene. Tanto per la povera gente fa
poca differenza se a dettare legge sia un sovrano temporale o spirituale, se
l’autorità indossi la corona o la tiara. Perché la virtù dei sottoposti, ma
anche il loro obbligo, è solo di obbedire agli ordini, da qualunque parte
arrivino, nell’ossequiosa venerazione di ogni potere costituito. La quale
meschina concezione compare peraltro in circostanze curiose. Perché l’Aquinate,
senza tanti complimenti, ha fatto propria anche l’Etica e la Politica
di Aristotele. Eppure costui se n’è guardato bene dal predicare la virtù
dell'obbedienza. Ritenuta anzi un comportamento da minorati, per gente incapace
d’intendere e di volere, tipo i bambini, le donne, e gli schiavi. Certo, questo
non vuol dire che il filosofo avesse una concezione chissà quanto avanzata. Per
lui l’uomo libero era il maschio adulto di cittadinanza greca. Colui che poteva
vantare quella condizione anzitutto in quanto capo famiglia, cioè per motivi
economici prima che politici. Per costui infatti, libertà voleva dire vantare
un titolo di proprietà esclusiva sulla benché piccola impresa agricola. Tutto
quanto era a nome suo - dalla terra alla casa, dalla moglie ai figli, dagli
attrezzi agli animali, fino agli schiavi. Sicché il prototipo di essere umano
emancipato era il padrone assoluto dell’azienda domestica, ovviamente dedito a
comandare il da farsi ai sottoposti. Per questo l’uomo greco, anche se solo
modestamente ricco, pure aveva il tempo di fare politica, e dar luogo al regime
democratico. Che certo sorprende per quei tempi, ma in realtà fu tale solo per
modo di dire, perché quella libertà di alcuni si basava appunto sull’esclusione,
e perfino sulla schiavitù degli altri. E dunque fin troppo facile dire che un
libero obbedisce solo a se stesso, quando poi ha una schiera di suoi simili al
proprio servizio.
In ogni caso, l’affermazione
che la sottomissione sia un valore universale, è stata senz’altro un portato
originale del pensiero cristiano, che guarda caso nei secoli ha sempre fatto
tanto comodo ai potenti della Terra. La Chiesa infatti, mentre a parole faceva
sua la causa degli ultimi, poi di fatto s’è sempre schierata con i primi di
questo mondo. Perché, nonostante il conflitto dei poteri che pure c’è stato,
nessuno può dubitare che l’alleanza tra il Trono e l’Altare sia il dato più
ricorrente della storia occidentale. Anzi meglio, fin dalla sua tolleranza,
cioè già con Costantino, il Cristianesimo s’afferma come simbolico connubio tra
la croce e la spada. D’altra parte non è una novità, perché fin dall’alba della
civiltà il potere politico regale è sempre andato a braccetto con quello
religioso sacerdotale, proprio per il sostegno reciproco che si danno. Per cui
non c’è da meravigliarsi se il cattolicesimo romano ha sempre prediletto
stabilire rapporti d’amicizia e collaborazione con i sovrani, più che con i
sudditi. La Chiesa emergente ha anzi avuto gioco assai facile a imporsi, senza
neanche farsi il problema se i suoi adepti fossero Romani o Germani. Perché
tanto le bastava la conversione di un Re a far sì che anche un intero popolo
abbracciasse la nuova religione. Da qui a incensare il potere costituito, e poi
perfino consacrarlo, il passo è stato breve. Dall’incoronazione di Carlo Magno,
fino a quella di Napoleone, i Papi hanno legittimato l’odioso imperio degli
uomini sui loro simili, e per di più con l’odiosa scusa che quella fosse la
volontà di Dio. E non è che i capi religiosi abbiano agito così per amore,
bensì in vista d’assai meno decorosi motivi politici. Cioè riconoscere l’altrui
dominio allo scopo di consolidare la propria posizione dominante. Di qui la
sfrontata e ipocrita mistificazione, secondo cui non sarebbero certi uomini
avidi di potere, bensì Dio stesso che attribuirebbe loro la facoltà di
signoreggiare gli altri. Alla quale dogmatica apologia del dominio s’accompagna
la sconcia postilla che, stando così le cose, allora comandare vorrebbe dire
servire i sottoposti, invece che approfittare di loro facendosi servire.
Fortuna che il popolo di Dio, - già di per sè povero, ignorante e sottomesso -
può consolarsi nella speranza, cioè la sedicente virtù più beffarda di tutte,
che si nutre e sazia della semplice attesa di un mondo e una vita migliori.
Così a questa miserabile umanità contadina tocca di fare una cosa sola, e cioè
lavorare, per produrre non solo l’indispensabile a se stessa, ma soprattutto
ogni lusso e ricchezza d’appropriazione altrui. Ugualmente alla povera gente
resta da sapere, e anzi credere una cosa sola. Ossia che per elevarsi al divino
Regno dei cieli, e conseguire la sognata salvezza, deve prima abbassarsi e
asservirsi ai Regni umani sulla Terra. E deve farlo proprio come per un
precetto religioso, prima che per obbligo politico. Ecco allora la differenza
tra i filosofi greci e i preti cattolici. Che i primi disprezzavano il popolo
dall’alto della loro condizione aristocratica, mentre i secondi lo elogiano,
abbassandosi al suo livello, ma solo per raggirarlo meglio.
Anche l’Aquinate conferma e
ripete che sarebbe stato Dio stesso ad aver istituito il potere sovrano, e
insieme la suddittanza popolare. Per il semplice fatto che se nella comunità
non ci fosse uno che comanda, allora il consorzio umano andrebbe in rovina.
Aggiungendo che un popolo senza Re non saprebbe che fare e dove andare,
esattamente come un corpo senza l’anima. Aristotele invece, sebbene solo tra le
righe, e con meno insulsaggine, esprime un concetto diverso, ma per certi versi
analogo. Laddove egli osserva che le storie mitiche e le pratiche di culto
erano state inventate per tenere a bada la massa incolta, cioè «aggiunte per
infondere persuasione nel popolo e per far osservare le leggi» (Metafisica,
XII, 8, 1074b, 5). Certo, anche stavolta lui attesta un dato di fatto, ma non
per contestarlo, proprio perché la sua concezione dell’uomo non è meno efferata
di quella cristiana. Per cui gli va bene che le cose stiano così, né lo
disturba che il popolo sia praticamente ingannato con delle favole, pur di
essere tenuto buono e asservito al potere costituito. Nel dire quella cosa,
invece, il filosofo tiene piuttosto a marcare la differenza, tra la sua
aristocratica concezione religiosa e la rozza devozione della gente comune.
Mentre l’ideologia ecclesiastica quella frase l’ha proprio presa alla lettera.
Provvedendo attivamente all’istruzione religiosa del popolo, i preti l’hanno
ottenebrato, e con ciò incatenato alla sua triste sorte nei secoli dei secoli.
Ecco allora perché dico che l’avvento del Tomismo, declamata vetta insuperata
del pensiero cristiano, ha segnato altresì un grave ostacolo al progresso del
pensiero umano. Perché l’accorto frate, ammantando di parvenza scientifica
perfino il repertorio liturgico della Chiesa, s’è reso grave complice di
spacciare per verità le pure invenzioni, le puerili credenze, e perfino le più
spudorate menzogne religiose. Col suo sotterfugio culturale costui, presi al
volo i peggiori pregiudizi aristotelici, li ha usati solo per rendere
plausibile una credenza che, come quella nel Dio ebreo, ha ben poco di
concettualmente sofisticato. Certo, già il Vangelo di Giovanni evoca la
grecità, e già in epoca alessandrina gli Ebrei hanno provato a tradurre il Timeo
platonico nel Genesi biblico. Tuttavia è toccato a Tommaso di
elevare fino alla raffinata altezza culturale dei Greci la rozza fede religiosa
di un popolo nomade, rivisitata dal visionario Ebreo di Nazareth. Peccato che
tale operazione, pur unanimemente spacciata per il non plus ultra della
cultura cattolica di tutti i tempi, esprima in realtà il colmo della
sfrontatezza intellettuale. Uno spregiudicato abuso di sapere e di potere,
tanto più odioso perché ammantato con parole d’amore, più che sufficienti a
incantare la gente semplice.
Ancora nel 1923, in
occasione del sesto centenario della canonizzazione, Pio XI proclamava il
teologo d’Aquino Duce, cioè capo degli studi e studiosi ecclesiastici, con
l'Enciclica titolata appunto Studiorum Ducem. Dove anzitutto colpisce la
sconcertante pretesa che una concezione formulata tanti secoli prima possa
essere ritenuta ancora vera, e anzi debba esserlo per sempre, quasi fosse un
quinto Vangelo redatto per i credenti più dotti. Ora, io posso anche ammettere
che la verità delle cose sia eterna, cioè in se stessa sempre vera. Da qui
però, a rivendicare che un monaco del tardo Medioevo l’abbia detta una volta
per tutte, ce ne corre veramente troppo. Perfino Galilei e Newton, loro sì
autentici innovatori, sono poi stati in parte smentiti. Appunto perché la
verità non sarà mai esaurita dagli uomini, e la sua ricerca mai compiuta.
Laddove in quel documento citato l’Aquinate è spacciato per il sapiente
definitivo della Chiesa, come se dopo di lui non ci fosse ormai più altro da
sapere. Curioso che anzitutto Pio XI evochi la santità dello scienziato per
assicurare la verità della sua scienza. Certo, «le cose che sono sopra la
natura» costituiscono un oggetto di studio particolare, per il quale occorre
non solo intelletto, ma anche virtù, perché Dio stesso non è solo sapiente, ma
anche buono. Per questo «nessuno potrà acquistare un'esatta cognizione di Dio
con la sola diligente ricerca scientifica, se non sarà anche con Dio in
perfetta unione». Sicché a differenza del filosofo, che ama il sapere di per
sé, il teologo ama invece l’oggetto del suo sapere, un po’ come l’attore che
s’immedesima nella parte che recita. Ecco allora che, per acquisire certe
conoscenze, non bastano le sole forze umane, perché ci vuole anche nientemeno
che una «sapienza derivata da Dio per infusione». Eppure il Dottore angelico
avrebbe ugualmente superato se stesso, perché già col suo portentoso lume
naturale sarebbe venuto a capo della questione decisiva, fornendo col solo
ragionamento la prova di ciò che pure è di per sé irrazionale. Come dice questo
Papa,
«Gli argomenti con cui San Tommaso dimostra
l'esistenza di Dio (...) sono anche oggi, come nel medioevo, le prove più
valide, chiara conferma del dogma della Chiesa, (...) quasi oro che nessun
acido può alterare».
Poi
certo, una volta appurato questo, e col solo ausilio dell’umano intelletto, il
più è fatto. Ed è proprio per questo straordinario merito che al genio d’Aquino
spetta come minimo il titolo di maestro universale di «tutte le scienze sacre»,
nonché patrono delle scuole e Università cattoliche. Mentre alla sua opera
conviene la dignità di eterno e immutabile patrimonio culturale dell’umanità
cristiana. Un bene da conservare gelosamente intatto, proprio come se il tempo
si fosse fermato nel XIII secolo. Con l’evidente incongruenza che, mentre oggi
nessuno prende più sul serio l’Aristotelismo, invece milioni di persone
continuano a credere nella favola biblica. Che pure nella versione tomista, la
più sofisticata del Cattolicesimo, attinge
a piene mani dal campionario concettuale trasmesso dallo Stagirita. Il
colmo è tuttavia un altro ancora, ossia che in questo documento pontificio
Aristotele non è nominato nemmeno una volta. Il che denota l’assai scarsa
onestà intellettuale di Pio XI, che maltratta il filosofo come si fa con un
testimone scomodo, cioè quasi non fosse mai esistito. E ci credo, perché il
dogma secondo cui la portentosa sapienza di Tommaso sarebbe «infusa» da Dio,
mal si concilia col fatto che sia stata invece ispirata da cima a fondo dal
pagano pensatore greco.
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