Dopo il singolare
“materialismo prefisico” di Aristotele, e prima del suo immaterialismo
metafisico, occorre fermarsi un momento su come egli concepisce la Fisica dei
corpi naturali. Quelli cioè veramente osservabili, non fatti di sola «materia»,
o di sola «forma», bensì di entrambi insieme. Tutti quegli oggetti di cui
insomma abbiamo esperienza sensibile, prima che conoscenza intellettuale. E
però attenzione, perché il filosofo considera tali enti veramente esistenti di
due generi fondamentali diversi. Per farla breve, egli ritiene senz’altro che
la Natura sia una, ma fa distinzione tra la Terra e il «cielo». O meglio,
secondo lui sarebbero i corpi terrestri accuratamente diversi da quelli
celesti. E per via della diversa materia di cui sono fatti, e per via del
diverso movimento cui vanno soggetti. Sicché adesso è alla sua concezione delle
cose quaggiù, che rivolgerò l’attenzione, mentre poi sarà la volta di quelle
lassù.
E allora comincio col dire
che, in apertura al secondo Libro della Fisica, l’autore propone
un’assai interessante classificazione dei corpi terrestri. Li distingue infatti
tra quelli naturali, che sono appunto «per natura», e quegli altri artificiali
«contro natura». Certo, la dicotomia è un po’ forzata, ma mostra acutamente che
molti degli oggetti che ci circondano sono «prodotti artificialmente», cioè non
dalla Natura, bensì dall’«arte» degli uomini. I quali ultimi però, non agiscono
proprio «contro natura», quanto piuttosto esercitano un certo dominio sopra la
Natura, nel senso che hanno il potere di piegarla ai loro scopi. Comunque sia,
questa pur notevole sensibilità del filosofo per certe cose, costituisce per
lui giusto un dettaglio marginale, e anzi proprio un espediente per parlare di
ben altro. Anzitutto, e giustamente, egli nota che ogni manufatto ha il
«principio di produzione» in altro da sé, appunto perché generato dal lavoro
umano. E però fa quest’osservazione non per sottolineare la straordinaria
efficienza degli uomini produttori, bensì l’inerzia degli oggetti prodotti. Per
dire insomma che quei corpi artificiali non solo non si producono, ma neanche
si muovono per conto loro. Il quale ultimo dettaglio, quello del moto, è
proprio ciò che Aristotele considera il discriminante essenziale. I corpi
«secondo natura», infatti, si distinguono per il fatto che si muovono da soli,
senza il bisogno di essere spinti da altro, poiché possiedono in se stessi un
loro «principio di movimento». Ovvio che tali sono gli organismi animali, i
quali non solo si riproducono, ma anche appunto vanno dove vogliono,
spostandosi senza che da fuori intervenga qualcuno o qualcos’altro. Sicché la
questione dirimente non è tra oggetti artificiali e naturali, come il filosofo
lascia invece intendere, bensì tra corpi inerti e viventi. E quand’è così
allora quello stesso schema non torna, perché ad esempio un sasso è un corpo
naturale come un uomo, ma anche inerte come un tavolo. Il problema comunque non
è tanto questo, quanto che un tale «principio» autonomo del movimento, il
filosofo lo assegna anche ad altri corpi che sono «per natura», sia sulla Terra
e sia in «cielo», - e che però stavolta sono inerti. Così, quanto a quaggiù,
ecco che anche «i corpi semplici, come terra, fuoco, aria e acqua» (Fisica,
II, 1, 192b, 2) risultano essere enti automobili. Sicché anche i quattro
«elementi», come gli animali, si muoverebbero per conto loro, poiché dotati di
un certo proprio motore interiore. Prima di scendere un po’ più nel dettaglio,
però, importa far presente quanto lo Stagirita prenda sul serio, e faccia
senz’altro sua la dottrina di Empedocle. Esattamente come già prima Platone,
anche lui condivide di sana pianta questa teoria, che peraltro si trascina fin
da Talete. Stando al quadro storico fornito dallo stesso Aristotele, sappiamo
quanto fosse variegato il campionario di questi «corpi semplici» avanzati dai
Presocratici, dalla cui unione e separazione essi spiegavano la generazione e
corruzione dei corpi composti. Ora prendiamo atto che egli opta per una
soluzione pluralista, e però scegliendo gli «elementi» di Empedocle, invece che
i «semi» di Anassogora, o gli atomi di Democrito. Per il semplice fatto che
quelli sono quattro, mentre gli altri sono infiniti di numero. E siccome il
nostro filosofo non ne vuol sapere dell’infinità di alcunché, s’è visto
costretto ad adottare la soluzione più banale. Che egli appunto accoglie in
pieno, e però giusto con una riserva, che i quattro «elementi» li reputa
costituenti solo dei corpi composti terrestri. Perché in «cielo» gli astri,
benché anch’essi semoventi, però sono fatti di una tutt’altra materia ancora,
come si vedrà.
Intanto, quanto al presunto
moto spontaneo che provocherebbe lo spostamento dei «corpi semplici» sulla
Terra, Aristotele ne parla nel quarto Libro della Fisica, ma senza dire
un granché. Qui egli introduce il concetto di «luogo», cioè dello spazio entro
il quale tutte le cose appunto si muovono. Ebbene quanto agli «elementi», lui
prima suppone l’esistenza di praticamente due luoghi naturali, «l’alto» e «il
basso». Da cui conclude poi che ciascuno dei quattro corpi semplici sarebbe
naturalmente «portato al proprio luogo», cioè chi su e chi giù. Come egli dice,
benché solo tra le righe di altri discorsi,
«l’alto (...) è là dove si
portano il fuoco e il leggero; parimenti, il basso (...) è là dove vanno le
cose pesanti e fatte di terra» (Fisica, IV, 1, 208b, 20).
Dove
intanto il filosofo ci conferma di concepire le cose proprio come fossero
«fatte di terra», così come d’acqua, d’aria e di fuoco. Per il resto si capisce
che è il peso a determinare la direzione presa dall’elemento. Essendo però i
luoghi due, e gli «elementi» quattro, a prima vista sembra che due rimangano
spazialmente situati a mezz’aria, ma non è così. Perché il fuoco e l’aria, che
sono i più leggeri, si dirigono insieme verso «l’alto», mentre la terra e
l’acqua, per il motivo opposto, si muovono nella direzione contraria. Così i
«corpi semplici» sarebbero dotati di tale moto spontaneo, ciascuno verso il
«proprio luogo». Sicché a questo punto sappiamo dove si dirigono, ma non da
dove partono, né perché si muovono in quel modo. Casomai a suonare già strana è
la presunta autonomia di un moto del genere. Perché anche concesso che gli
«elementi» si muovano da soli, però non è per andare dove gli pare. Infatti,
anche se spinti interiormente, invece che da fuori, sono pur sempre costretti,
e non liberi di raggiungere quel posto che più gli si addice. Così ad esempio,
anche ammesso che il fuoco sia automobile, però non può scegliere dove
volgersi. Perché, dato il suo peso leggero, solo con la forza può essere spinto
e trattenuto in basso.
C’è un altro passo ancora,
nello stesso quarto Libro della Fisica, che ci dà un indizio ulteriore
sul perché gli «elementi» compirebbero tale loro moto a luogo naturale. Anche
questa è però giusto una battuta estemporanea, inserita in un contesto più
ampio. All’inizio del quarto capitolo l’autore riassume le varie proprietà dello
spazio che ha scoperto, tra le quali appunto quella
«che ogni luogo ha l’alto e il
basso, e che per natura ciascun corpo è portato e permane nel proprio luogo, e
che ciò si verifica sia in alto sia in basso» (Idem, 4, 211a, 5).
Veramente
qui lo Stagirita dà l’impressione di generalizzare il suo pensiero, perché
sembra dire che anche i corpi composti siano dotati dello stesso principio di
movimento dei semplici. In questo brano non si capisce, ma vedremo che non è
così, o almeno non può essere stando alla sua stessa dottrina. Tenendo comunque
fermo agli «elementi», qui scopriamo che ciascuno, a meno che non sia impedito
esternamente, non solo si dirige spontaneamente verso il proprio “luogo”
naturale, ma una volta raggiunto vi «permane». Ecco allora che il moto non è
fine a se stesso, ma anzi si rivela un mezzo che ha come scopo la quiete. Così
abbiamo che ciascuno degli «elementi» “desidera”, ma anche non può fare a meno
di muoversi in direzione su o giù. E però come se, una volta posizionato al suo
posto, si sentisse felicemente appagato, e non volesse altro che starsene fermo
lì. Per questo ad esempio, se lancio della terra in alto, quella sale per un
po’, ma poi torna verso il basso, e lì rimane finché qualcuno non la muove di
nuovo. Cioè non per la gravità, come diremmo oggi, bensì perché un “elemento”
pesante come quello può andare in sù solo «contro natura». Dato che quel moto
l’allontana dal suo “luogo” naturale, dove ogni corpo semplice ama, cioè
appunto desidera stare. Faccio appena notare che «contro natura», poco fa,
erano gli oggetti artificiali prodotti dall’arte umana, contrari ai corpi
naturali. Mentre ora è definito allo stesso modo il movimento degli elementi
contrario alla loro direzione naturale.
A scanso di equivoci,
Aristotele fornisce anche altrove eloquenti conferme della sua adesione al
materialismo empedocleo. Dei quattro «elementi» egli parla perfino ne Il
cielo, l’opera dedicata ai corpi celesti, che pure sono fatti di tutt’altra
materia. E dove anzi, nonostante il contesto estraneo, c’informa quasi più che nella Fisica. Anzitutto
qui il filosofo mette bene in chiaro che sulla Terra
«i corpi sono o semplici, o
composti di semplici» (Il cielo, I, 2, 268b, 26).
Sarebbe
a dire o uno dei quattro «elementi» componenti, oppure qualunque altro degli
oggetti composti. Mi consento a questo punto di notare quanto sia arretrata
questa visione, nella misura in cui non tiene per niente conto della novità
portata da Anassagora e dagli Atomisti. I quali pure, con la loro sola
dottrina, avevano già praticamente smentito che i quattro “elementi” fossero
corpi «semplici». O viceversa hanno fatto capire che, se proprio li si vuole
definire così, allora l’acqua, il fuoco, l’aria e la terra sono corpi non meno
“semplici” di tanti altri. Tipo il legno, le pietre, i metalli, e ogni altra
materia prima che si trova in Natura. Per il semplice fatto che un corpo
veramente elementare non è accessibile ai sensi, cioè non lo puoi vedere, né
toccare, ma solo ipotizzare e pensare. Come appunto ci tocca fare con i «semi»
e gli atomi. Mentre Aristotele, benché sapesse bene queste cose, le ha
ignorate, pur d’incastrare il mondo entro il confine dei suoi maldestri e
insensati princìpi.
Nel terzo Libro de Il
cielo egli ribadisce identica la sua posizione, giusto con un po’ più
dovizia di particolari. In questa parte finale, l’argomento centrale dell’opera
è ormai concluso, e l’autore ridiscende per così dire dal «cielo» sulla Terra,
per trattare il tema della generazione e corruzione dei corpi. Intanto però
egli chiarisce subito di che s’appresta a parlare:
«dico sostanze i corpi semplici,
come il fuoco, la terra, e gli altri [due] elementi, e poi i corpi composti di
questi» (Il cielo, III, 1, 298a, 30).
Dove
in effetti non dice niente di nuovo, perché già sapevamo che il filosofo
concepisce i quattro «elementi» come fossero di per sé «sostanze». Tuttavia
sappiamo anche che essi sono altresì «sostrato» di qualcos’altro, anche se a
questo lui qui non sembra far caso più di tanto. Nel capitolo successivo lo
Stagirita allude invece alla questione del moto, ma giusto con una sfrontata
parvenza di dimostrazione della sua teoria. Egli dice in pratica che i
movimenti «contro natura» dei corpi, hanno senso solo se contrapposti al loro
muoversi «secondo natura». Insomma una roba che, tolto l’estenuante schema
fisso dei contrari, non starebbe in piedi. Mentre è piuttosto solo se io
considero il moto per quello che è, cioè togliendo di mezzo il suo aristotelico
pro e contro natura, che allora sì riesco a pensare nel merito qualcosa di logico.
Per esempio che il muoversi di una manciata di terra lanciata verso l’alto, è
altrettanto «per natura» di quella stessa materia che poi ricade vero il basso.
Ancora nel terzo capitolo di
questo Libro de Il cielo, il filosofo torna sull’argomento dei «primi
princìpi costitutivi dei corpi», e stavolta prendendolo proprio di petto. Qui
anzitutto, prima di stabilire quali e quanti siano, egli ci dà un‘impeccabile
definizione di cosa siano:
«Sia dunque ‘elemento’ il corpo
in cui gli altri corpi si lasciano dividere, (...) mentre esso non si lascia a
sua volta dividere in parti» (Idem, 3, 302a, 15).
Dove,
colpo di scena, si parla letteralmente dell’atomo, termine che in greco
significa appunto ‘indivisibile’. Solo che poi qui Aristotele nemmeno li
nomina, gli Atomisti. Mentre, con il suo solito linguaggio astruso, chiama in
causa gli altri due Pluralisti. Uscendosene dicendo che «Anassagora, per ciò
che riguarda gli elementi, sostiene una dottrina contraria a quella di
Empedocle» (Idem, 29). A parte che lo dice come se non fosse anche lui
stesso apertamente schierato con l’Agrigentino. Soprattutto però, non si
capisce dove veda tale presunta contrarietà. Tutt’al più nel numero, dato che
gli «elementi» sono finiti, mentre i «semi» infiniti. Altrimenti Anassagora non
afferma per niente «il contrario» di Empedocle, ma piuttosto lo smentisce. Gli
dice solo che i quattro di cui parla, non sono propriamente corpi semplici, ma
composti. Perché i veri elementi come i «semi», non solo sono invisibili, ma
appunto anche indivisibili . E questa è la stessa cosa che gli obietta anche
Democrito, solo che costui ancora a maggior ragione, poiché parla di atomi,
ossia degl’indivisibili per antonomasia. Sicché con quella definizione di
«‘elemento’», pur formulata correttamente, Aristotele sembra più darsi la zappa
sui piedi che altro. Proprio perché è lui stesso che, come Empedocle, la pensa
al «contrario» di Anassagora.
Anche per quanto riguarda la
questione del numero dei corpi semplici, gli argomenti del filosofo non sono
meno capziosi. In generale, a suo parere, l’ideale è adottare il «minor numero
possibile» di princìpi. Il che, in linea di principio, ci può anche stare.
Mentre tradotto in pratica nella versione aristotelica, lascia alquanto a
desiderare. Qui infatti, lo Stagirita si erge a portatore del «concetto esatto»
di elemento, contro Anassagora e a fianco di Empedocle. Così evoca la dottrina
avversaria con la seguente constatazione:
«noi vediamo che molti composti
si lasciano dividere in omeomeri, ad esempio la carne, l’osso, il legno, la
pietra» (Idem, 4, 302b, 16).
Dove,
- a parte che gli «omeomeri» sono la fuorviante denominazione di ciò che
Anassagora chiama «semi» - il ragionamento è il seguente. Posto che ad esempio
la carne sia fatta di «semi», succede che quella è divisibile, mentre questi
no. E siccome io non riesco a distinguere la carne dai «semi», come posso
allora riuscire a scorgere il limite tra la divisibilità dell’una e
l’indivisibilità degli altri? Non ci riesco infatti, per cui devo concludere che
alcuni «semi» sono fino a un certo punto divisibili, mentre altri no. Che
quindi solo questi ultimi sono propriamente elementi, il che già riduce
drasticamente il loro preteso numero infinito. Aristotele aggiunge poi che,
siccome quattro «elementi» forniscono combinazioni più che sufficienti a
spiegare ogni cosa, è inutile moltiplicarli ulteriormente. Così che, in tale
versione limitata, può dirsi facilmente che ad esempio la carne sia fatta di
«fuoco e terra» (Idem, 3, 302a, 21), e addirittura che questi “elementi”
«li vediamo» al decomporsi della carne. E poi certo, sempre ammesso che quelli
siano corpi elementari veramente indivisibili. Infine, e con un altro argomento
ancora, ecco che lo Stagirita si degna di chiamare in causa gli Atomisti. Solo
che stavolta con un espediente in più. Insinua tra le righe che degli atomi non
solo il numero, ma anche «le figure sono infinite» (Idem, 4, 303a, 11).
Postilla surrettizia per attribuire a quelli di Abdera l’assurda nozione che
gli elementi siano di qualità infinite. Solo per poi smentirli e dichiarare che
questo è impossibile, dato che le stesse differenze qualitative tra i corpi
composti sono di numero finito. Mentre sulla letterale, logica, filosofica e
scientifica indivisibilità degli atomi, qui il filosofo non si pronuncia.
Invece più avanti, nel sesto
capitolo, affronta un altro tema scottante. Annuncia di voler indagare «se gli
elementi sono eterni», e però rispondendo subito che non lo sono. Per cui
dobbiamo pensarli soggetti a nascita e morte, per così dire. Al contrario però
di quanto verrebbe invece normalmente supporre. Perché noi vediamo che sono i
corpi composti, quelli sottoposti a generazione e corruzione. Loro che appunto
si compongono e decompongono nei corpi semplici. Mentre qui Aristotele dichiara
proprio che anche agli stessi suoi “elementi” toccherebbe la medesima sorte. E
anzi la reputa una cosa evidente, poiché
«noi vediamo che il fuoco,
l’acqua, e ogni altro corpo semplice, si dissolvono» (Il cielo, III, 6,
304b, 25).
Dove
intanto, con la generica espressione di «ogni altro corpo semplice», s’intende
appunto la terra e l’aria, e non i «semi» o gli atomi. Se non altro perché
questi ultimi non li «vediamo» in ogni caso. Poi certo, vedo il fuoco che
s’accende e si spegne, ma faccio fatica a pensare con ciò alla generazione e
corruzione di un corpo. L’acqua poi, ma anche la terra e l’aria, ancora meno. A
maggior ragione s’impone quindi la curiosità di sapere in che cosa «si
dissolvono», tali “elementi” aristotelici, nonché viceversa da che si generano.
A tale proposito il filosofo propone un contorto ragionamento a esclusione, di
cui per fortuna è chiara la conclusione:
«poiché non è possibile che gli
elementi si generino né da una sostanza incorporea, né da un altro corpo,
rimane solo la possibilità che si generino l’uno dall’altro» (Idem,
305a, 33).
Nel
successivo settimo capitolo, e al colmo della faccia tosta, egli attribuisce
questa concezione riproduttiva a Empedocle e Democrito. I quali intanto, quanto
agli elementi, uno la pensa esattamente come lui, e l’altro all’opposto. Eppure
entrambi avrebbero parlato come lui di tale «generazione di un elemento
dall’altro». Sicché qui lo Stagirita sembra metterli sullo stesso piano,
ostentando inoltre un’assai equivoca posizione equidistante. E in pratica
sostenendo che costoro avrebbero espresso questa sua stessa dottrina, solo che
in versioni sbagliate. Perché quella di cui parlano sarebbe solo una
«generazione apparente» degli elementi, e non effettiva come la intende lui.
Purtroppo queste insinuazioni non si possono verificare, né smentire, data la
mancanza di fonti. Tuttavia una cosa almeno è certa, che giammai gli Abderiti
avrebbero detto che gli atomi si generano e corrompono tra loro.
Dopo questa mirabolante
critica, Aristotele passa finalmente a fornire un purtroppo non meno fuorviante
esempio di ciò che intende dire. Così, secondo il suo supposto corretto punto
di vista, egli sostiene che «dall’acqua nasce l’aria» (Idem, 7, 305b,
12), e più precisamente che l’acqua «evapora facendosi aria» (Idem, 16).
Dove, a parte l’evidente strafalcione del vapore d’«aria» invece che d’acqua,
il filosofo dice implicitamente anche altro.
E cioè che, se «dall’acqua nasce l’aria» in quel modo, allora
l’evaporazione sarebbe altresì la corruzione della stessa acqua. E viceversa la
condensazione sarebbe la nascita dell’acqua dalla morte dell’aria, per così
dire. A quanto pare, quindi, la generazione degli “elementi” non avviene per
accoppiamento o unione tra loro, bensì l’uno compare con la scomparsa
dell’altro, come ad esempio il nero dal bianco, o la salute dalla malattia. Il
quale discorso, però, allude chiaramente alla dottrina della generazione dai
contrari, come compare nella Fisica (I, 5, 188b, 22), e di cui ho
parlato nel primo capitolo. Vuoi vedere allora che anche i quattro «elementi»
sono contrari tra loro? Qui ne Il cielo la questione resta sospesa, ma
trova puntualmente risposta nell’ultima opera che sull’argomento ci resta da
esaminare.
Ne La generazione e
corruzione Aristotele fornisce la versione definitiva e più compiuta della
sua dottrina dei corpi elementari. Argomento su cui in quest’opera ci ricama su
un bel po’, dedicandogli i primi quattro capitoli del secondo Libro. Tanto per
cominciare, e proprio riferendosi ai quattro suoi e di Empedocle, egli dice che
«è giusto chiamare princìpi ed elementi le materie primordiali». Con le quali
parole incorre nel solito equivoco che contraddice la sua stessa logica.
Secondo cui gli elementi sono materiali, sì, ma i princìpi no. Perché questi
sono invece i contrari, entro i quali si svolge il mutevole divenire dei corpi.
A parte tale dettaglio iniziale e marginale, però, il punto qui è un altro.
Ossia che il filosofo, col consueto modo surrettizio, insinua il suo concetto
di materia oscura, e proprio per metterlo in relazione agli elementi. La quale
operazione serve almeno a fare un po’ di chiarezza. Perché stavolta egli
descrive come si deve la funzione di sostrato naturale che svolgono i corpi
elementari. Solo che lo fa proprio per distinguere e mettere in luce un
presunto «sostrato anteriore ai cosiddetti elementi». Cioè un «sostrato» del
sostrato, qualcosa che poi non solo sta sotto, ma anche viene prima di tutto il
resto. Ciò da cui quindi, a quanto pare, tutto il resto deve seguire. Sul quale
suo stravagante modo di pensare, Aristotele lascia poco spazio al dubbio:
«Noi diciamo che c’è una certa
materia (...) da cui nascono i cosiddetti elementi (...), poiché anche i corpi
primi derivano dalla materia (...), tenendo presente che la materia è principio
primo» (La generazione e corruzione, II, 1, 329a, 25-30).
Come
a dire che i «corpi primi» sono secondi. La quale evidente contraddizione è
avallata dal filosofo proprio perché si presta per far posto alla «materia»
informe cui dare la precedenza. Che peraltro qui nemmeno è presentata come un
corpo sotterraneo, bensì nientemeno che quale «principio primo» di tutte le
cose terrene. Ciò da cui appunto, come se niente fosse, dovrebbero prodursi i
quattro «elementi», e poi da questi tutto il resto.
Ecco allora che, mentre di
norma gli elementi sono corpi semplici, componenti dei composti, qui invece
sono essi stessi in un certo senso composti, proprio perché «derivano» a loro
volta da un’altra «materia» ancora. Il che però contrasta anzitutto, e
visibilmente, con quanto sapevamo finora, proprio dal finale de Il cielo.
Dov’è scritto chiaramente che gli elementi si generano a vicenda, come l’acqua
che “evapora” nell’aria, o viceversa l’aria che “condensa” nell’acqua. Ora
invece ecco che l’aria e l’acqua, così come il fuoco e la terra, sbucano tutti
quanti da un ulteriore, indefinito “sostrato” materiale. Il colmo però, è che
questo ancora nemmeno è il colmo. Perché, colpo di scena finale, poche righe
dopo quelle appena citate, il filosofo si smentisce di nuovo, tornando a dire
che «gli elementi si trasformano l’un l’altro» (Idem, 329b, 1). E questo
continuerà a sostenere nel seguito di quest’opera, come già aveva fatto ne Il
cielo. Allora perché quell’uscita estemporanea sulla materia ignota, che
pure contraddice manifestamente la stessa logica aristotelica. Dalla quale però
non si deroga così facilmente. Perché se, come afferma lo stesso filosofo, gli
elementi non sono eterni, allora devono derivare da qualcos’altro, in cui poi
pure scompaiono. Il che certo, è già di per sé discutibile. Stabilito ciò,
però, i casi possibili che si presentano sono due: o gli elementi derivano da
un’altra materia ancora, oppure si generano reciprocamente. Com’è però
evidente, si tratta di due casi alternativi, mentre qui Aristotele, con il suo
solito tergiversare, nella stessa pagina sostiene entrambe le cose. Il motivo
per cui fa così l’ho in parte già detto nel capitolo precedente. Il filosofo ha
bisogno della «materia» oscura come contraltare della «forma» pura, e per
questo cerca di infilarla anche qui con quell’annuncio isolato. Benché la
dichiarazione sarà poi comunque apertamente smentita dall’intero ragionamento
seguente. Dove appunto si parla di generazione reciproca degli «elementi», e
non di una loro derivazione da altro.
Intanto,
prima di proseguire, colgo l’occasione per precisare un dettaglio correlato.
Ossia che nella concezione aristotelica solo i corpi terrestri sono soggetti a
generazione e corruzione. E però tutti quanti, cioè non solo le cose composte,
ma appunto anche i corpi semplici. Mentre proclama l’eternità di tutto il resto
di cui parla. Dei corpi celesti, come si vedrà, ma altresì della «forma» pura,
nonché della «materia» oscura. Sicché anche quest’ultima esisterebbe da sempre
e per sempre nel mondo sotterraneo. Poi certo, è ovvio che il misterioso
«sostrato anteriore» sia proclamato eterno, proprio perché i naturali sostrati
elementari sono dichiarati corruttibili.
Ecco allora come in
quest’opera l’ignota «materia» compare giusto come un contraddittorio, ma
necessario dettaglio preliminare, che comunque scompare subito di scena. Resta
il punto che gli elementi vanno soggetti a generazione e corruzione. Solo che
tale processo non deriva come premesso dalla «materia» oscura, né si conclude
in essa, bensì accade tra gli elementi stessi. Dalla Fisica li sapevamo
corpi isolati, che andavano ciascuno per conto proprio in su o in giù, sulla
base del peso. Mentre qui scopriamo ciò che già s’annuncia alla fine de Il
cielo, ossia che gli elementi hanno anche rapporti talmente intimi da non
solo produrre le cose, ma altresì tali da riprodursi tra loro. Anche stavolta
putroppo, come c’era da sospettare, in modo da rispettare il consueto, ormai
estenuante schema dei contrari, corredato della solita confusione tra princìpi
e cose. Anzitutto qui Aristotele finalmente riconosce il suo debito
intellettuale verso Empedocle, della cui dottrina egli s’appresta infatti a
fornire nientemeno che il «fondamento logico». Peccato però che il tributo sia
limitato giusto al fatto che i quattro «elementi» si prestano appunto ad essere
inquadrati nel suo contrastato schema fisso. Così il genio pone una coppia di
contrari, caldo-freddo e secco-umido. Dalle cui quattro possibili combinazioni
di coppie diverse, ricava che:
«il fuoco è caldo e secco, l’aria
calda e umida (...), l’acqua è fredda e umida, la terra fredda e secca» (La
generazione e corruzione, II, 3, 330b, 3).
Così,
alla pesantezza o leggerezza contraria degli elementi, che sapevamo finora,
ecco aggiungersi la loro duplice proprietà meteorologica contraria, per così
dire. A parte che anzitutto, dicendo l’aria «calda» e l’acqua «fredda», il
filosofo sembra dimenticare che esistono anche l’aria fredda e l’acqua calda.
Piuttosto invece, poco più avanti, egli spiega di aver trovato che «gli
elementi sono composti di affezioni» (Idem, 331a, 4). Ancora una volta
però facendo confusione, perché intanto un elemento, proprio perché tale, non
può essere composto da alcunché, ma casomai compone le altre cose, come pure
lui stesso sa bene. Inoltre, dire ad esempio che «il fuoco è caldo e secco»,
può al limite avere un senso, mentre pensare che sia “composto” di caldo e
secco riesce assai più arduo. E ancora, l’affezione propriamente detta è quella
sentita da un corpo vivente, la cui sensibilità è appunto affetta dai corpi
esterni. Così che il caldo e freddo, come l’umido e secco, piuttosto che
«affezioni» degli elementi, sono gli effetti che un oggetto sensibile provoca,
e il soggetto senziente prova. Allora per esempio il fuoco, certo che lo sento
caldo, ma proprio questa è l’affezione che avverto io, e non il fuoco, il quale
piuttosto col suo calore provoca quell’effetto su di me. Come se niente fosse,
invece, lo Stagirita tira dritto per la sua strada. Con la sua dottrina degi
elementi nientemeno che «composti», e
nientemeno che da due «affezioni» ciascuno. Quando pure loro sono corpi
sensibili, ma non senzienti. Questo però era il prezzo da pagare, affinché gli
stessi quattro corpi semplici riuscissero perfettamente ordinati tra loro in
due coppie contrarie. Infatti, come si vede subito dalle definizioni appena
date, il «caldo e secco» del fuoco è contrario al «freddo e umido» dell’acqua,
e lo stesso dicasi dell’aria “contraria” alla terra. Siamo alle solite “cose”
contrarie, stavolta corredate anche dei loro rispettivi “luoghi” naturali
contrari, raggiunto il quale ciascun elemento riposerebbe in pace. Sicché,
stando dietro al filosofo, il discorso fila senza fare una piega, e tutto
torna. Con i quattro elementi che s’inquadrano a pennello nell’aristotelica
contrarietà universale del mondo. Il quale schema di pensiero è peraltro tipico
dell’idealismo dualista di Platone. A riconferma del fatto che Aristotele aveva
proprio l’abitudine di fare a pezzi gli avversari, pur trattenendo per sé un
cospicuo bottino della loro eredità culturale.
Ora si tratta dunque di
vedere come i quattro elementi nascano e muoiano, per così dire, tra loro.
Essendo però questo un caso particolare, e anzi estremo, occorre fare un’altra
premessa ancora sulla nozione che lo Stagirita ha della generazione in
generale. Come ho già detto, per lui si tratta di un processo limitato ai soli
corpi terrestri, perché tutto il resto di cui parla egli lo reputa qualcosa di
eterno, che cioè appunto non si genera, e di conseguenza nemmeno si corrompe.
Più precisamente, questo è il mutamento principale tra quelli cui tali oggetti
vanno incontro. Si tratta della trasformazione «assoluta» di un corpo, proprio
perché riguarda la sua stessa comparsa sulla scena del mondo, nonché poi la sua
scomparsa dalla medesima. Il guaio è che noi con ciò ci riferiamo normalmente
agli esseri viventi, mentre Aristotele sotto questo concetto comprende ogni
oggetto terrestre possibile. Cioè non solo gli organismi vegetali e animali, ma
anche i corpi inerti, naturali o artificiali che siano, andrebbero soggetti
alla medesima generazione e corruzione. Perché per lui, come sappiamo, tutto fa
«sostanza», rispetto alla quale l’esistenza in vita è indifferente. Ovvio che a
quei tempi nessuno avesse idea della differenza tra la natura organica e
inorganica dei corpi. Così il nostro filosofo vede solo “sostanze”, cui per
essere non serve vivere, ma basta un qualsiasi «sinolo» compiuto di materia e
forma. Per cui ad esempio un sasso, un animale, ma anche un tavolo, e perfino i
quattro elementi che compongono queste cose, sono posti tutti sullo stesso
generico piano di essere comunque qualcosa. Così lo Stagirita può ben dire che,
a differenza del resto del mondo, sulla Terra tutto muta e diviene, con la
continua creazione-distruzione di ogni essere, solo che senza far differenza
tra «sostanza» vivente o inerte. Quanto agli altri mutamenti cui vanno soggetti
i corpi terrestri, il filosofo ne individua due, traslazione e alterazione, di
cui egli parla nella Fisica (III, 1, 201a, 10; V, 2, 226a-b). Sono
modificazioni d’importanza secondaria, proprio perché non intaccano la
«sostanza» del corpo che ne va soggetto. Così la traslazione è lo spostamento
locale di un corpo, da un punto e da un momento all’altro, cioè in pratica il
suo movimento. Concetto che qui è presentato quasi come un dettaglio
trascurabile, ma che vedremo rivelarsi centrale nella concezione aristotelica
del mondo. Termine che intanto è sinonimo stesso di mutamento, essendo ovvio
che se mi muovo, anche muto posizione, e viceversa. Quanto infine
all’alterazione, si tratta anch’essa di un cambiamento accidentale, che può
essere a sua volta di due tipi, cioè della qualità e della quantità della
sostanza. Nel primo senso da intentendersi come ad esempio di un corpo caldo
che diventa freddo, oppure che cambia colore. Mentre l’alterazione quantitativa
è quella di un corpo che aumenta o diminuisce. Come ad esempio un essere
vivente che cresce, o viceversa un blocco di marmo scolpito, come pure un
oggetto ridotto in cenere. Se è per questo però, allora anche la traslazione è
un’alterazione, appunto perché il moto altera la posizione di un corpo.
Comunque sia, a parte certe
sottigliezze, nessuno può negare una certa coerenza alla base di questa
concezione, ci mancherebbe altro. Il guaio è che ne La generazione e
corruzione le cose non filano così lisce. Perché qui il filosofo parla
della “generazione” dei quattro «elementi», di cui non si fa menzione nella Fisica,
e che purtroppo riesce assai più vaga di quella dei corpi composti. Stando a
quanto egli, a questo proprosito, ha già dichiarato ne Il cielo, i corpi
semplici dovrebbero generarsi l’uno dall’altro, nonché corrompersi l’uno
nell’altro. Come l’acqua che, “evaporando”, scompare per diventare aria.
Ebbene, a parte quell’esempio balordo, qui la posizione del filosofo è
sostanzialmente la stessa, ossia che
«gli elementi (...) si
trasformano l’un l’altro» (La generazione e corruzione, II, 1, 329b, 1)
Intanto
un passo già citato prima, quando ho fatto notare come l’autore faccia questa
dichiarazione poche righe dopo avere invece affermato una tutt’altra cosa. Cioè
che aria, acqua, fuoco e terra «derivano» piuttosto dalla materia oscura. Per
il resto, stando allo stesso lessico aristotelico, se di trasformazione si
tratta, allora abbiamo più a che fare con un’alterazione degli elementi,
piuttosto che una loro generazione. Mentre più avanti Aristotele conferma le
sue equivoche parole, stavolta dicendo che
«per i corpi semplici la generazione
è reciproca» (Idem, 4, 331a, 7).
Quanto
al meccanismo secondo cui ciò avviene, perlomeno non siamo più all’esempio
assurdo de Il cielo, ma non è che per questo facciamo grandi progressi.
Perché stavolta agli stessi elementi tocca di recitare due parti contrastanti.
Per un verso dovrebbero riunirsi a generare i corpi composti, mentre dall’altro
litigherebbero, per così dire, tra loro. Eh sì, perché si fanno proprio la
guerra, allo scopo del prevalere dell’uno e del soccombere dell’altro. Solo che
il filosofo chiama questa roba
«generazione», quando pure in realtà è piuttosto una distruzione reciproca, ma
tant’è. Più in dettaglio poi, qui la logica va proprio a farsi friggere, perché
scopriamo che dal fuoco deriva l’aria, ma non per altro che perché «il secco è
vinto dall’umido» (Idem, 29). Ecco rispuntare la fatidica dottrina dei
contrari, e anche l’insinuare che siano loro a lottare. Intanto fuoco e aria
non sono contrari, perché entrambi leggeri, e quindi diretti verso l’alto. Per
questo infatti, stando alla loro “composizione”, essi hanno in comune il caldo.
Mentre differiscono per secchezza e umidità, che a quanto pare sono appunto
loro a sfidarsi. Solo che il secco e l’umido sono una coppia di princìpi, e non
di “cose”. Mentre pure qui è proprio uno dei due contrari che, uscito perdente
dallo scontro, si trasforma diventando l’altro. Cosa assolutamente vietata da
Aristotele stesso. Il quale infatti, dicendo che il secco è «vinto» dall’umido,
sostiene piuttosto che diventa il proprio contrario. Peraltro in questo caso
non c’è un oggetto che muta la propria secchezza in umidità, bensì la secchezza
in se stessa che scompare nell’umidità di per sé presa. Invece dei normali
corpi in divenire tra princìpi contrari, qui abbiamo appunto i contrari stessi
che diventano il loro contrario. E poi questa roba è spacciata per la
“corruzione” del fuoco nell’aria.
Una concezione che, come se
non bastasse, contraddice lo stesso dogma dottrinale, secondo cui tutto nasce
dai contrari, e altresì muore in essi. Mentre appunto qui l’aria si “genera”
dal fuoco pur senza esserle contraria. Per questo il filosofo introduce una
novità, in deroga alla sua stessa rigida regola. O meglio, osserva che i
quattro elementi non sono solo due coppie di contrari, ma anche «consecutivi» tra
loro. Hanno cioè una sequenza precisa: fuoco, aria, acqua, terra. La quale
successione, stabilita in base al peso decrescente, si distingue per via del
fatto che gli elementi così organizzati hanno «a due a due un elemento in
comune» (Idem, 4, 331a, 35). Il quale solito gergo equivoco m’impone di
ricordare che Aristotele concepisce ciascun elemento come un “composto” di due
«affezioni». Una delle quali è appunto comune a due elementi consecutivi. Come
si vede dalla sequenza ordinata dei quattro elementi in base alla loro
“composizione”: secco-caldo, caldo-umido, umido- freddo, freddo-secco. Così ad
esempio i primi due, il fuoco e l’aria condividono il caldo. E non, come invece
insinua il filosofo, un altro «elemento» ancora. Se poi è su questa nuova base che
deve intendersi la “generazione” dei corpi semplici, allora essa non è
«reciproca», come pure abbiamo visto annunciato poc’anzi. Perché stando a
questa logica, anche ammesso che l’aria derivi dal fuoco in quel modo, però da
esso non deriva viceversa l’aria, ma casomai la terra. Non a caso egli stesso
conferma quest’appunto, aggiungendo essere «evidente che la generazione per i
corpi semplici è come un circolo» (Idem, 331b, 3). Appunto per dire che
è a senso unico, cioè segue il verso di una sola direzione, senza tornare sui
suoi passi. Allora però, anche la “contesa” è sempre tra gli stessi elementi
consecutivi, e anche il suo esito è predeterminato. Per esempio il fuoco è
sempre «vinto» ed «eliminato» dall’aria, mentre è sempre vincitore e
distruttore della terra. Così allo stesso modo l’aria vince col fuoco, mentre
perde con l’acqua, e quest’ultima perde con la terra. Sicché, in questa
“guerra” di tutti contro tutti, ogni elemento prevarica quello che lo precede,
e soccombe a quello che lo segue.
Il quale schema può anche
funzionare, ma appunto solo a schematizzare astrattamente le cose. Intanto, a
stargli faticosamente dietro, quello che lo Stagirita prospetta è un assai
precario equilibrio degli elementi, oppure un meccanismo immutabile della loro
“generazione-corruzione” consecutiva. Ad esempio, vien da chiedere quando e
quanto un elemento compare dal precedente. E se al tempo stesso, nonché nella
medesima quantità, anche scompare nel seguente. O ancora, se il fuoco “muore”
trasformandosi in aria, questa a sua volta si muta per forza in acqua, oppure
può aumentare di quantità rispetto al diminuire del fuoco? Come se poi tutto
questo non bastasse, ecco poche righe dopo spuntare che lo stesso schema in
vigore tra gli elementi consecutivi, vale anche per quelli alternativi, cioè
contrari. Quali sappiamo essere il fuoco (caldo e secco) e l’acqua (fredda e
umida), nonché l’aria (calda e umida) e la terra (fredda e secca). Le cui due
coppie di elementi, in effetti, non hanno niente, cioè alcuna “affezione” in
comune, eppure ecco che si “accoppiano” ugualmente. Il filosofo si limita a
dire che la “generazione” tra contrari «è possibile, ma più difficile, (...)
più lunga» (Idem, 331b, 5) che non quella tra elementi consecutivi. Sia
chiaro che qui si parla proprio ad esempio del fuoco che si “genera”
dall’acqua, o la terra dall’aria, il che è già di per sé tutto dire, né il
filosofo aggiunge un granché. Si limita a spiegare che in casi simili, ad
esempio del fuoco che “diventa” acqua, il freddo e l’umido di quest’ultima
vanno «eliminati insieme». Quando però, se è così, allora è proprio
direttamente l’acqua che scompare. Come se la “guerra” stavolta fosse tra gli
elementi stessi, invece che tra le loro «affezioni». Per cui sarebbe proprio
come dire che il fuoco “nasce” dalla scomparsa dell’acqua. Nella quale
insensatezza si capisce finalmente quale fosse il senso della famigerata
dottrina aristotelica della generazione dei contrari tra loro. Inoltre
attenzione, perché in questo caso il processo è reversibile. Stavolta la
“generazione” non è «un circolo», come tra gli elementi consecutivi, bensì
reciproca tra elementi contrari. Così, affinché viceversa l’acqua diventi
fuoco, occorre che siano «eliminati insieme» il caldo e il secco, cioè il fuoco
stesso. Siamo insomma all’apoteosi dell’assurdo, o se si vuole del miracoloso.
La dottrina dei contrari, pur di per sé lecitamente logica, è stravolta. Cioè
mantenuta nella forma, e però clamorosamente contraddetta nella sostanza.
Perché Aristotele non smentisce solo se stesso, ma anche la logica più
elementare, con questa sua concezione dei corpi semplici “contrari”, fatti di
«affezioni» contrarie, e che perfino si trasformano l’uno nell’altro. Eppure lo
schematismo del filosofo si rivela talmente efficace da contemplare perfino
l’unione di due elementi contrari che ne generano uno degli altri due. In modo
che ad esempio fuoco più acqua sia uguale ad aria. Il meccanismo di reazione, per così dire, è
sempre lo stesso, solo che con una formula diversa dei reagenti. Stavolta risulta
infatti che caldo-secco più freddo-umido è uguale a caldo-umido. Perché in
questo caso «sono eliminati il freddo dell’acqua e il secco del fuoco» (Idem,
331b, 15). Mentre viceversa, se si toglie l’umido dell’acqua e il caldo del
fuoco, ecco che dalla loro addizione esce fuori terra.
Finalmente in quest’opera,
dopo tanto tergiversare e abusare di parole vuote, l’autore dedica un po’ di
spazio anche alla generazione dei corpi composti. Veramente stavolta
cavandosela con poco, quattro pagine in tutto, quando pure è su questo che il
lettore si sarebbe aspettato più chiarimenti. Così, dopo essersi tanto
dilungato sulle improbabili trasformazioni reciproche dei quattro elementi,
eccolo spiegare come da essi possano derivare «carne» e «ossa» e «midollo». Ovvio
che il riferimento sia ai corpi viventi, solo che il filosofo non li considera
per intero, come sostanze compiute, bensì li prende per i tessuti di cui sono
fatti. Egli poi ribadisce quanto aveva già annunciato ne Il cielo (302a,
21), ossia che la «carne» si genera da due elementi, terra e fuoco, nonché
anche si corrompe in essi. Intanto però abbiamo saputo che quei due sono
elementi «consecutivi», tali per cui il caldo fuoco compare con la scomparsa
della fredda terra. Secondo l’assai dubbio meccanismo del prevalere e
soccombere di “contrari”, spacciati da Aristotele per “elementi” degli
elementi, al pari (ma anche al posto) della “materia” oscura. Inoltre sappiamo
anche che due elementi contrari possono reagire tra loro, per darne un terzo o
un quarto. Qui invece terra e fuoco hanno in comune «il secco», per cui non
sono contrari, e però reagiscono lo stesso. Solo che non per dare un altro
elemento ancora, bensì la «carne». Per spiegare come tale materia organica
spunti fuori, il filosofo sostiene che essa, pur essendo un composto igneo e
terreno, però non è né fuoco né terra, bensì «qualcosa d’intermedio» (La
generazione e corruzione, II, 7, 334b, 14). Qui il lettore può solo
supporre che, siccome quei due elementi hanno in comune il secco, allora anche
la carne sarà tale. Mentre l’altro suo “componente” non sarà né il caldo né il
freddo, bensì il “tiepido”. Resta allora da capire quand’è che la terra si
corrompe nel fuoco, e quando invece si unisce a lui per dare la carne. Anche
stavolta la risposta è fornita dallo schema dei contrari. A questo proposito,
riferendosi al caldo del fuoco e al freddo della terra, lo Stagirita rivela che
«se i due termini non si equivalgono, allora si trasformano uno nell’altro» (Idem,
24). Altrimenti, si suppone, se caldo e freddo si «equivalgono», allora prevale
il “tiepido”, e in tal caso i due elementi possono unirsi a generare la carne.
La quale quindi, a quanto pare, deriva da un equilibrio delle “forze” contrarie
in campo, che perciò rinunciano a combattere, interrompendo per così dire a
metà strada il processo di decadimento della terra nel fuoco. Per questo la
«composizione» dei corpi come la carne si deve alla «mescolanza», cioè alla
pace del freddo terreno col caldo infuocato. Invece che alla loro guerra, il
cui inevitabile esito è la scomparsa della terra nel fuoco. Sicché, sulla
stessa controversa base concettuale, ci tocca sorbire che gli elementi si
trasformano sia distruggendosi a vicenda tra loro, e sia unendosi insieme nei
corpi composti.
Infine, ancora non bastasse,
nel capitolo successivo l’autore ne spara un’altra delle sue, contraddicendosi
per l’ennesima volta. Perché all’improvviso dice che «in ogni corpo composto si
trovano tutti i corpi semplici» (Idem, II, 8, 335a, 9), e lo ripete per
tre volte nella stessa pagina. Appunto dopo avere invece detto, nell’unico
esempio appena proposto, che la carne è composta da due soli elementi, terra e
fuoco. Il fatto è che qui, pur stando alla pagina dopo, e pur parlando sempre
dello stesso argomento, però il contesto è più vasto, perché Aristotele si
riferisce stavolta ai corpi terrestri in generale. Che lui distingue
accuratamente da quelli celesti, ma non tra inerti e viventi. Ebbene quaggiù,
egli sostiene a questo punto, ogni oggetto deve contenere per forza anzitutto
terra e acqua. Il primo elemento perché siamo sulla Terra, e l’altro perché,
con la sua umidità, funge da «elemento coesivo». Mentre quanto agli altri due,
la loro presenza in ogni corpo sarebbe ugualmente necessaria, ma solo per il
semplice fatto che sono contrari ai primi. Ossia perché
«l’aria e il fuoco sono elementi
opposti a terra ed acqua, (...) per quanto almeno è possibile che una sostanza
sia opposta a un’altra» (Idem, 335a, 4).
Dove
intanto merita d’essere sottolineata l’ultima battuta. Il filosofo stesso mette
finalmente in dubbio l’esistenza di “cose” contrarie. Solo che due righe dopo
averla appena sostenuta, e quando pure il suo intero sistema di pensiero si
regge su tale grossolano equivoco. Quanto invece alla compresenza di tutti e
quattro gli elementi in ogni composto terrestre, egli fornisce un’altra gustosa
spiegazione. Dice in sostanza che, come gli esseri viventi si nutrono di
diverse pietanze insieme, così gli altri corpi, che si suppongono quindi
inerti, seguirebbero una dieta varia di aria, acqua, fuoco e terra. Solo che se
è così, allora gli organismi non sono costituiti di elementi, bensì di
alimenti, e questa è una novità che resta in sospeso. Mentre in compenso, sul
suo paragone scombinato, il filosofo si allarga oltre modo. Eccolo infatti alla
fine rivelarci che anche «il fuoco si nutre» (Idem, 17) di qualcosa, -
oltre i corpi viventi di cibo, e gli inerti dei quattro elementi. Per arrivarci
egli distingue, ma solo per opporle, la «materia» dei corpi nutrienti dalla
«forma» dei corpi che si nutrono. Intanto come se il cibo non avesse anche una
forma, e chi mangia anche una materia. Invece nella logica aristotelica l’erba
è sì il nutrimento del cavallo, ma non proprio del suo corpo, perché «ciò che
si nutre è la forma contenuta nella materia» (Idem, 15) dell’animale.
Sicché non sarebbe al limite la bocca, lo stomaco e l’intestino, bensì la
pericolosamente platonica «forma» del cavallo, quella che dovrebbe assimilare
il cibo. Il peggio però, è che da tale mirabolante discernimento tra «materia»
nutriente e «forma» nutrita, il filosofo azzarda un’assai disinvolta
conclusione. Secondo cui «è logico che tra i corpi semplici (...) solo il fuoco
si nutre». E per fortuna solo lui, visto che, stando a quanto precede, proprio
non si capisce cosa dovrebbe significare una simile espressione. Già la «forma»
del cavallo non è facile da afferrare, mentre qui avremmo nientemeno che la
«forma» di un elemento. Il quale peraltro, da nutriente dei corpi composti che
lo sapevamo essere, diventa esso stesso vorace. Solo che, se l’animale si nutre
d’erba, il fuoco che cosa mangia? Mistero. Anche perché scopriamo a sospresa
che Aristotele, nonostante le sue parole, non parla di una forma del fuoco, né
del suo menù, per così dire. Ciò che egli spiega è piuttosto il perché
quest’elemento «si nutre». E tale motivo sarebbe che «il fuoco soltanto o
soprattutto dipende dalla forma, perché è naturalmente portato verso il limite
estremo» (Idem). Ora, che quest’elemento fosse il più leggero, e perciò
si muovesse verso l’alto, lo sapevamo già, benché ignoriamo però a quali
altezze arrivi. Data la cosmologia aristotelica, di cui pure finora ho fatto
solo cenno, possiamo giusto supporre che il “luogo” naturale del fuoco sia il
più alto di tutti. Non oltre però il «limite estremo» della Terra, e cioè entro
il confine inferiore del «cielo». Dato che lassù, come mostrerò tra poco, non
ci sono i soliti quattro elementi, bensì un’altra materia ancora di cui sono
fatti gli astri. E allora che c’entra la non meglio precisata «forma» con tutto
questo. Che attenzione, non è quella già di per sé vaga del fuoco quaggiù,
bensì un’altra ancora, da cui l’elemento igneo piuttosto «dipende». Ovvio
quindi che il riferimento, benché
estemporaneo, sia alla pura “forma” extra mondana, quella che fa da contrario
alla sotterranea “materia” oscura. Sicché qui lo Stagirita, col solito
linguaggio criptico e allusivo, prima dichiara che «il fuoco si nutre», come se
fosse un essere vivente, ma senza dire né come e né di che. Per poi in compenso
spiegarci che il motivo di tale comportamento sarebbe che questo è l’elemento
più prossimo alle altezze della «forma». Solo che questa, intesa a modo suo, è
situata oltre i confini del «cielo», fuori dallo stesso «limite estremo»
dell’Universo. Così per lui, procedere dalla «forma» del cavallo, all’elemento
più in «forma» dei quattro, e fino alla «forma» stessa del mondo, il passo è
breve. Se non fosse che tra il fuoco terrestre e la «forma» extra terrestre c’è
di mezzo il mare celeste. Al quale è giunto il momento di dedicare un po’
d’attenzione.