Giorgio Rosati
giorgiorst
Indice
1. Elementi e princìpi
2. La sotterranea «materia»
oscura
3. I quattro «elementi» terrestri
4. Il quinto “elemento”
celeste
5. La «forma» pura
sopraceleste
6. L'Aristotelismo cristiano
1. Elementi e princìpiIl «Filosofo» per antonomasia, come ce l’ha tramandato la tradizione cristiana, è altresì lo storico della filosofia antica più accreditato tra gli Antichi. Da una parte anche giustamente, dato che costui è un prezioso testimone del suo frammentario passato. Dall’altra però occorre prenderlo con le molle. Perché la sua è sì una ricognizione critica dei pensatori precedenti, ma non nel senso di una ricerca obiettiva e accurata, come la intendiamo oggi. Al contrario, infatti, il quadro storico aristotelico è pesantemente condizionato dalle sue proprie idee fisiche e metafisiche. Com’è normale che sia, per carità, purché lo si abbia presente. Appunto per tener conto del valore relativo che può avere, questo modo di considerare le opinioni passate nel mentre che uno espone le proprie.
Sta di fatto che all’inizio
della Fisica e della Metafisica, l’autore chiama in causa i
pensatori del passato. Prima distinguendo da una parte gli Eleati, i Pitagorici
e Platone, perché li giudica inetti nello studio della Natura. Mentre gli altri
predecessori, da Talete in poi, li considera tutti ugualmente «naturalisti»,
che per lui è sinonimo di materialisti, ma nel senso buono del termine. Perché
questo quasi unanime indirizzo di pensiero è la croce e delizia di Aristotele,
che lo apprezza come scienziato fisico, ma lo imbarazza come filosofo
metafisico.
Intanto egli distingue tali
ricercatori della Natura tra Monisti e Pluralisti, che peraltro si succedono
anche storicamente. Attenzione però, perché qui non è tanto di una concezione
del mondo che si tratta, quanto di quella della sua unità materiale elementare.
Per lo Stagirita, insomma, la questione non è se il mondo sia uno, o due, o
più, bensì appunto se i suoi «principi» o «elementi» costitutivi siano uno, o
due, o più. Anticipo anzi che a suo parere il mondo è senz’altro uno, a
differenza di Platone che pensava invece fossero due. Qui però la questione è
appunto un’altra, e cioè che nell’esegesi aristotelica i Monisti sono quelli
che sostengono un solo e unico componente o elemento materiale del mondo. Come
per Talete l’acqua, per Anassimene l’aria, o per Eraclito il fuoco. Stando all’
aristotelica, costoro ritenevano che tutte le cose derivassero appunto da un
unico principio, nel quale altresì sarebbero tornate a essere nel momento della
loro corruzione. Ovvia l’estrema semplificazione del discorso, che quasi fa
sparire le differenze tra quei pensatori, e che tuttavia riesce almeno
schematicamente efficace a inquadrare il variegato panorama dell’epoca
presocratica. Addirittura con i Pluralisti la questione si risolve, più che
complicarsi, soprattutto con Empedocle, che in un certo senso riunisce i
Monisti. Ecco come lo Stagirita parla dell’Agrigentino:
«Empedocle pose come princìpi i
quattro corpi semplici, aggiungendo ai tre sopra menzionati anche un quarto,
cioè la terra» (Metafisica, I, 3, 984a, 10).
Sicché
non è che costui postula l’esistenza dei quattro «elementi» tradizionali, ma
solo riunisce insieme ciò che finora era figurato in ordine sparso. Per certi
versi egli, riassumendo e sommando in sé il passato, ha moltiplicato gli
ingredienti del mondo. Ciò che ha reso possibile la loro combinazione, e quindi
agevolato la spiegazione della gran varietà di oggetti che ci circondano. Di
modo che le cose composte si generano e corrompono appunto per unione e
separazione di quegli «elementi». Lo dico perché sia chiaro che questa è a
tutti gli effetti anche la posizione dello stesso Aristotele. Già in questo
stesso passo è evidente come lui dia per certa l’esistenza dei «quattro corpi
semplici», come del resto già aveva fatto anche Platone. Per entrambi costoro,
infatti, tutti i corpi sulla Terra sarebbero appunto costituiti da un misto di
acqua, aria, fuoco e terra. Infine, a completare il quadro della filosofia
antica, c’è un’altra versione ancora di Pluralismo, quello di Anassagora e
degli Abderiti, teoricamente vicini e forse anche storicamente a contatto. I
quali pongono altri «elementi» ancora, ossia i «semi» e gli atomi. In questo
caso il tratto distintivo comune è che tali corpi elementari risultano
inaccessibili ai sensi, e infiniti di numero. Una dimensione che al nostro
filosofo vedremo creare alquanti problemi. Secondo il filo del suo
ragionamento, quindi, gli scienziati della Natura che lo hanno preceduto,
Monisti e Pluralisti insieme, erano tutti quanti materialisti. E però nel buon
senso che avevano in comune, di tentare una spiegazione del mondo in base a uno
o più «elementi» di natura materiale. Nella Metafisica l’autore usa più
nominarli «princìpi», che però è un termine equivoco, perché s’addice anche a
ben altro. Mentre qui si parla proprio di
corpuscoli elementari, supposti quale spiegazione di come siano fatti i
corpi che osserviamo intorno. Diciamo pure una sorta di filosofia chimica della
Natura, ma comunque un interesse a tutti gli effetti scientifico, e assai
apprezzabile di per sé. La curiosità, ma anche l’attenzione e l’impegno per
certe cose, fu in effetti tipico dei Greci, e certamente in questo Aristotele
non fu da meno. Solo che lui visse come un contrasto il suo vestire insieme i
panni di scienziato della Terra con quelli di filosofo del «cielo». Su di lui
il materialismo scientifico ebbe un duplice, nonché contrastante effetto,
affascinante e inquietante. E purtroppo sappiamo com’è finito il dissidio interiore,
e cioè che per lui la Metafisica è prima, vale a dire la Fisica seconda. Perciò
gli è toccato l’ingrato compito di dedicarsi a confutare il Materialismo, e in
particolare quello atomista, quando pure ne riconosceva, e anche lealmente,
l’autentica validità di spiegazione scientifica del mondo.
Così, chiarito un po’ il
senso in cui Aristotele considera i suoi predecessori, cerco di entrare nel
merito della sua dottrina. Il primo tratto che lo distingue è, se non
proprio l’ampliamento, però certo l’ordinamento
del campo d’indagine naturalista. Per aver chiarito che, se è importante
conoscere di che sono fatti i corpi, lo è perlomeno altrettanto sapere come si
muovono, e in generale a quali mutamenti vanno incontro. Ed è proprio a tale
scopo che il filosofo appronta la sua concezione dei princìpi «contrari» del
divenire dei corpi, accanto alla tradizionale dottrina degli «elementi»
materiali di cui sono composti.
Allora, il tema è introdotto
nella Fisica, e anche stavolta proprio in riferimento ai pensatori
«naturalisti» precedenti. Già loro infatti, secondo il taglio interpretativo
proposto, avevano in comune non solo l’orientamento scientifico materialista,
ma anche l’uso dei «contrari» per spiegare il divenire dei corpi. Perfino i
Monisti parlano di «rarefazione e condensazione», cioè appunto di un processo
tra «contrari», per rendere conto di come si comporta l’unico elemento
coinvolto. Non importa poi se sia acqua, o aria, o fuoco, o qualsiasi altro.
Perché qualunque sia quello scelto, poi deve comunque sottoporsi a un processo
tra due «contrari», se vuol divenire qualcosa. Così ad esempio l’acqua, che
rarefacendosi diventa aria, e addensandosi terra. Per cui alla fine è la
diversa densità dell’unico elemento in gioco, ciò che stabilisce la diversità
degli altri elementi e dei corpi. Laddove i Pluralisti dicono che i fenomeni
accadono «per divisione» da una supposta mescolanza originaria, - dei quattro
elementi, come anche delle altre «particelle» tipo i «semi» e gli atomi. Nel
loro caso i princìpi contrari di quei
mutamenti sono ancora più evidenti. Come Empededocle, che parla di «Amicizia e
Discordia». E lo stesso dicasi della mescolanza primordiale dei «semi» di
Anassagora, che appunto doveva comprendere insieme «le particelle simili e
quelle contrarie». Solo che attenzione, perché in quest’ultimo caso Aristotele
non parla più di princìpi «contrari», bensì di una «contrarietà» delle cose
stesse. Dettaglio su cui tornerò tra poco.
Quanto infine agli Atomisti,
la cantonata presa è senza precedenti. A tale proposito egli qui riferisce che:
«Democrito parla di pieno e di
vuoto, affermando che di questi l’uno è come essere, l’altro come non essere» (Fisica,
I, 5, 188a, 21).
Sicché
sembrerebbe ovvio che più «contrari» di così si muore. Se non fosse che «pieno»
sia l’atomo, e «vuoto» lo spazio entro cui si muove. I quali non sono per
niente contrari, e anzi piuttosto complementari tra loro. Nemmeno se per
assurdo i Materialisti avessero parlato di atomi pieni e atomi vuoti, il
ragionamento aristotelico avrebbe avuto senso. Perché quelli sarebbero comunque
«elementi» materiali dei corpi, e non «princìpi» contrari del loro divenire.
Inoltre, anche ammesso che il «pieno» e il «vuoto» siano contrari, lo sarebbero
rispetto allo spazio che occupano o meno, ma non tra loro. Per il semplice
fatto che pieni gli atomi, a differenza dello spazio, non sono mai vuoti.
Incurante però di tutto
questo, il nostro filosofo cerca invece di allargare il consenso, tant’è la sua
passione per lo schema dei «contari». Trovandolo così perfino tra quei filosofi
che aveva scartato perché incompetenti nelle scienze naturali. Così egli chiama
in causa Platone, che avrebbe anche lui affermato l’esistenza di due contrari,
«il grande e il piccolo». Come pure i Pitagorici hanno riconosciuto il pari e
il dispari. E perfino «Parmenide pone come princìpi il caldo e il freddo, e li
chiama fuoco e terra» (Idem, 20). Parole che cito proprio per mostrare
l’estrema elasticità logica del loro autore. Perché qui per contrari sono
espressamente indicati sia i «princìpi» del cambiamento dei corpi
(caldo-freddo), e sia gli «elementi» materiali tra loro (fuoco-terra). Di nuovo
lo Stagirita fa l’indifferente, confondendo i princìpi «contrari» del divenire
con una presunta «contrarietà» delle cose, e non è l’ultima volta che lo fa.
Pur con le dovute riserve,
quindi, egli ha mostrato che praticamente tutti i filosofi prima di lui hanno
posto in qualche modo dei «princìpi» contrari, entro i quali potesse svolgersi
il mutamento dei corpi. Ovvio che nessuno lo abbia fatto come si deve. E
tuttavia è proprio in forza di quest’accordo unanime appena autocertificato,
che lui si permette di avanzare la sua ipotesi. Secondo la quale
«tutto quello che nasce, nascerà
dai contrari, e tutto quello che perisce, perirà nei contrari» (Idem,
188b, 22).
Il
quale tono perentorio non distrae dal fatto che il filosofo abbia, se non
proprio cambiato, però certo disordinato il tema. Perché qui lui non dice più
che i «contrari» siano princìpi del divenire, bensì azzarda che siano il
principio e la fine di ogni cosa. In compenso, se il tono usato è forte, però
l’esempio proposto riesce piuttosto fiacco. Parla del «bianco», che nasce dal
nero, ma anche scompare in esso. Mentre dimentica di precisare che non è il
bianco a diventare nero, bensì casomai un corpo bianco che diventa del colore
contrario. La quale leggerezza genera appunto la confusione tra «princìpi» ed
«elementi» del divenire. Altrimenti il discorso aristotelico ha una sua logica.
In pratica si pongono i «princìpi» contrari, che ovviamente sono per forza
sempre due. Come ad esempio grande e piccolo, alto e basso, leggero e pesante,
bello e brutto, sano e malato, e così via. Ebbene quali che siano quelli
scelti, ne segue che un qualunque corpo può essere o l’uno o l’altro dei
contrari, oppure un termine medio tra i due. Li si possono anche figurare come
i punti estremi e opposti di una linea, entro i quali appunto avviene il
mutamento, e di cui si possono quindi anche pensare punti intermedi. Così ad
esempio, un oggetto può risultare caldo, o al contrario freddo, oppure ancora
tiepido. E lo stesso dicasi per tutte le chissà quante altre possibili coppie
di contrari. Sicché appunto fin qui ci siamo, e questa è a tutti gli effetti la
concezione dello stesso Aristotele. Peccato dunque che poi quella frase gli sia
riuscita così decisamente fuorviante. Che peraltro, così drasticamente, «tutto»
si generi dal suo contrario, per poi tornare a corrompersi in esso, non è per
niente così chiaro come sembra. Stando all’esempio del filosofo, abbiamo solo
che il colore di un corpo cambia da un contrario all’altro. Da simile ovvietà,
però, a dire che per questo il nero «nasce» mentre il bianco «perisce», in
effetti non ha un granché senso. Dato che certi predicati si addicono casomai
agli esseri viventi, e non ai «contrari». Solo che in tal caso, se è vero che
il vivo perisce nel morto, non lo è per niente che esso anche derivi dal
medesimo. Perché il vivo nasce dal vivo, e non dal proprio contrario. Io posso
concepire, come facevano i Naturalisti, che, dati uno o più corpi elementari di
base, le cose derivino da quella materia di partenza, per poi tornare a
corrompersi in essa. Mentre non riesco a pensare qualcosa che nasce dal e muore
nel proprio contrario. Proprio perché non le cose, ma i «contrari» sono
contrari a se stessi. Solo che questi non sono esseri viventi, che nascono e
muoiono, figuriamoci quindi se fanno certe cose tra loro. Sicché non «tutto
quello che nasce nascerà dai contrari», ma anzi niente lo fa, così come non c’è
niente che perisce nel proprio contrario. Gli stessi «contrari», infatti, di
per sé non vanno soggetti a generazione e corruzione, bensì s’avvicendano nei
corpi, i quali già esistono per conto loro. Ecco allora che quell’iniziale, ma
inflessibile affermazione del filosofo, si smentisce da sola, il suo schema
concettuale salta, e il conto non torna.
Troppo frettoloso dire che «il bianco deriva dal non bianco», e viceversa, per
risolvere la questione che egli stesso solleva. Perché anche il morto nasce dal
non morto, per così dire, solo che in questo caso non viceversa.
Il colmo è che poco dopo sia
Aristotele stesso a dire che
«è impossibile che i contrari patiscano
reciprocamente» (Fisica, I, 7,
190b, 33).
Per fortuna che tale suo
clamoroso contraddirsi rispetto alla dichiarazione precedente, sia servito
almeno a fare un po’ di chiarezza. Perché intanto egli ha finalmente precisato
che «i contrari non sono sostanza» (Idem, 6, 189a, 28), cioè non sono
cose, quanto piuttosto i «princìpi» del loro divenire. Aggiungendo anche che
d’altra parte «non vi è sostanza che sia contraria a sostanza», per dire
appunto che non sono le cose ad essere contrarie tra loro, bensì i contari
stessi. Tra i quali, proprio per questo, «è impossibile» che si dia azione, e
benché meno generazione reciproca. Qui scopriamo invece che i contrari «in
linea di massima sono eccesso e difetto» (Idem, 6, 189b, 10), s’intende
di una certa qualità in un certo corpo. Così avremo che un oggetto è più o meno
bianco, o caldo, o anche bello, o sano, e così via. Ancora in queste pagine,
tirando le somme del suo discorso, il filosofo rivela e ripete più volte che,
per determinare come si deve il divenire, occorrono e bastano «tre» indizi in
tutto. Lui parla indifferentemente di tre «elementi» o «princìpi», come fossero
sinonimi. Laddove in effetti si tratta di due princìpi contrari e un corpo
materiale. Due «princìpi», per esempio
caldo e freddo, che sono di per sé immutabili, nonché estranei tra loro. Più un
«sostrato» corporeo, lui sì mutevole, e proprio entro quegli estremi opposti
nei quali si trova. Come dire appunto che i contrari non hanno alcun effetto
l’uno sull’altro, bensì sul corpo che si scalda o si fredda. Il che sarebbe
anche ovvio, se non fosse che su simile banalità lo Stagirita ci ricama sopra
fino all’inverosimile vetta del suo pensiero. Tuttavia è indispensabile, se si
vuole stargli dietro, avere presente questo schema mentale, di uno fissato
sulla contrarietà di tutte le cose, e che per questo vede contrari dappertutto.
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