domenica 21 maggio 2017

1. Elementi e princìpi






Giorgio Rosati

giorgiorst@gmail.com


Indice

1. Elementi e princìpi                                    
2. La sotterranea «materia» oscura            
3. I quattro «elementi» terrestri
4. Il quinto “elemento” celeste                     
5. La «forma» pura sopraceleste
6. L'Aristotelismo cristiano 
    
           
1. Elementi e princìpi
                                    
Il «Filosofo» per antonomasia, come ce l’ha tramandato la tradizione cristiana, è altresì lo storico della filosofia antica più accreditato tra gli Antichi. Da una parte anche giustamente, dato che costui è un prezioso testimone del suo frammentario passato. Dall’altra però occorre prenderlo con le molle. Perché la sua è sì una ricognizione critica dei pensatori precedenti, ma non nel senso di una ricerca obiettiva e accurata, come la intendiamo oggi. Al contrario, infatti, il quadro storico aristotelico è pesantemente condizionato dalle sue proprie idee fisiche e metafisiche. Com’è normale che sia, per carità, purché lo si abbia presente. Appunto per tener conto del valore relativo che può avere, questo modo di considerare le opinioni passate nel mentre che uno espone le proprie.
Sta di fatto che all’inizio della Fisica e della Metafisica, l’autore chiama in causa i pensatori del passato. Prima distinguendo da una parte gli Eleati, i Pitagorici e Platone, perché li giudica inetti nello studio della Natura. Mentre gli altri predecessori, da Talete in poi, li considera tutti ugualmente «naturalisti», che per lui è sinonimo di materialisti, ma nel senso buono del termine. Perché questo quasi unanime indirizzo di pensiero è la croce e delizia di Aristotele, che lo apprezza come scienziato fisico, ma lo imbarazza come filosofo metafisico. 
Intanto egli distingue tali ricercatori della Natura tra Monisti e Pluralisti, che peraltro si succedono anche storicamente. Attenzione però, perché qui non è tanto di una concezione del mondo che si tratta, quanto di quella della sua unità materiale elementare. Per lo Stagirita, insomma, la questione non è se il mondo sia uno, o due, o più, bensì appunto se i suoi «principi» o «elementi» costitutivi siano uno, o due, o più. Anticipo anzi che a suo parere il mondo è senz’altro uno, a differenza di Platone che pensava invece fossero due. Qui però la questione è appunto un’altra, e cioè che nell’esegesi aristotelica i Monisti sono quelli che sostengono un solo e unico componente o elemento materiale del mondo. Come per Talete l’acqua, per Anassimene l’aria, o per Eraclito il fuoco. Stando all’ aristotelica, costoro ritenevano che tutte le cose derivassero appunto da un unico principio, nel quale altresì sarebbero tornate a essere nel momento della loro corruzione. Ovvia l’estrema semplificazione del discorso, che quasi fa sparire le differenze tra quei pensatori, e che tuttavia riesce almeno schematicamente efficace a inquadrare il variegato panorama dell’epoca presocratica. Addirittura con i Pluralisti la questione si risolve, più che complicarsi, soprattutto con Empedocle, che in un certo senso riunisce i Monisti. Ecco come lo Stagirita parla dell’Agrigentino:
«Empedocle pose come princìpi i quattro corpi semplici, aggiungendo ai tre sopra menzionati anche un quarto, cioè la terra» (Metafisica, I, 3, 984a, 10).
Sicché non è che costui postula l’esistenza dei quattro «elementi» tradizionali, ma solo riunisce insieme ciò che finora era figurato in ordine sparso. Per certi versi egli, riassumendo e sommando in sé il passato, ha moltiplicato gli ingredienti del mondo. Ciò che ha reso possibile la loro combinazione, e quindi agevolato la spiegazione della gran varietà di oggetti che ci circondano. Di modo che le cose composte si generano e corrompono appunto per unione e separazione di quegli «elementi». Lo dico perché sia chiaro che questa è a tutti gli effetti anche la posizione dello stesso Aristotele. Già in questo stesso passo è evidente come lui dia per certa l’esistenza dei «quattro corpi semplici», come del resto già aveva fatto anche Platone. Per entrambi costoro, infatti, tutti i corpi sulla Terra sarebbero appunto costituiti da un misto di acqua, aria, fuoco e terra. Infine, a completare il quadro della filosofia antica, c’è un’altra versione ancora di Pluralismo, quello di Anassagora e degli Abderiti, teoricamente vicini e forse anche storicamente a contatto. I quali pongono altri «elementi» ancora, ossia i «semi» e gli atomi. In questo caso il tratto distintivo comune è che tali corpi elementari risultano inaccessibili ai sensi, e infiniti di numero. Una dimensione che al nostro filosofo vedremo creare alquanti problemi. Secondo il filo del suo ragionamento, quindi, gli scienziati della Natura che lo hanno preceduto, Monisti e Pluralisti insieme, erano tutti quanti materialisti. E però nel buon senso che avevano in comune, di tentare una spiegazione del mondo in base a uno o più «elementi» di natura materiale. Nella Metafisica l’autore usa più nominarli «princìpi», che però è un termine equivoco, perché s’addice anche a ben altro. Mentre qui si parla proprio di  corpuscoli elementari, supposti quale spiegazione di come siano fatti i corpi che osserviamo intorno. Diciamo pure una sorta di filosofia chimica della Natura, ma comunque un interesse a tutti gli effetti scientifico, e assai apprezzabile di per sé. La curiosità, ma anche l’attenzione e l’impegno per certe cose, fu in effetti tipico dei Greci, e certamente in questo Aristotele non fu da meno. Solo che lui visse come un contrasto il suo vestire insieme i panni di scienziato della Terra con quelli di filosofo del «cielo». Su di lui il materialismo scientifico ebbe un duplice, nonché contrastante effetto, affascinante e inquietante. E purtroppo sappiamo com’è finito il dissidio interiore, e cioè che per lui la Metafisica è prima, vale a dire la Fisica seconda. Perciò gli è toccato l’ingrato compito di dedicarsi a confutare il Materialismo, e in particolare quello atomista, quando pure ne riconosceva, e anche lealmente, l’autentica validità di spiegazione scientifica del mondo.
Così, chiarito un po’ il senso in cui Aristotele considera i suoi predecessori, cerco di entrare nel merito della sua dottrina. Il primo tratto che lo distingue è, se non proprio  l’ampliamento, però certo l’ordinamento del campo d’indagine naturalista. Per aver chiarito che, se è importante conoscere di che sono fatti i corpi, lo è perlomeno altrettanto sapere come si muovono, e in generale a quali mutamenti vanno incontro. Ed è proprio a tale scopo che il filosofo appronta la sua concezione dei princìpi «contrari» del divenire dei corpi, accanto alla tradizionale dottrina degli «elementi» materiali di cui sono composti.
Allora, il tema è introdotto nella Fisica, e anche stavolta proprio in riferimento ai pensatori «naturalisti» precedenti. Già loro infatti, secondo il taglio interpretativo proposto, avevano in comune non solo l’orientamento scientifico materialista, ma anche l’uso dei «contrari» per spiegare il divenire dei corpi. Perfino i Monisti parlano di «rarefazione e condensazione», cioè appunto di un processo tra «contrari», per rendere conto di come si comporta l’unico elemento coinvolto. Non importa poi se sia acqua, o aria, o fuoco, o qualsiasi altro. Perché qualunque sia quello scelto, poi deve comunque sottoporsi a un processo tra due «contrari», se vuol divenire qualcosa. Così ad esempio l’acqua, che rarefacendosi diventa aria, e addensandosi terra. Per cui alla fine è la diversa densità dell’unico elemento in gioco, ciò che stabilisce la diversità degli altri elementi e dei corpi. Laddove i Pluralisti dicono che i fenomeni accadono «per divisione» da una supposta mescolanza originaria, - dei quattro elementi, come anche delle altre «particelle» tipo i «semi» e gli atomi. Nel loro caso  i princìpi contrari di quei mutamenti sono ancora più evidenti. Come Empededocle, che parla di «Amicizia e Discordia». E lo stesso dicasi della mescolanza primordiale dei «semi» di Anassagora, che appunto doveva comprendere insieme «le particelle simili e quelle contrarie». Solo che attenzione, perché in quest’ultimo caso Aristotele non parla più di princìpi «contrari», bensì di una «contrarietà» delle cose stesse. Dettaglio su cui tornerò tra poco.
Quanto infine agli Atomisti, la cantonata presa è senza precedenti. A tale proposito egli qui riferisce che:
«Democrito parla di pieno e di vuoto, affermando che di questi l’uno è come essere, l’altro come non essere» (Fisica, I, 5, 188a, 21).
Sicché sembrerebbe ovvio che più «contrari» di così si muore. Se non fosse che «pieno» sia l’atomo, e «vuoto» lo spazio entro cui si muove. I quali non sono per niente contrari, e anzi piuttosto complementari tra loro. Nemmeno se per assurdo i Materialisti avessero parlato di atomi pieni e atomi vuoti, il ragionamento aristotelico avrebbe avuto senso. Perché quelli sarebbero comunque «elementi» materiali dei corpi, e non «princìpi» contrari del loro divenire. Inoltre, anche ammesso che il «pieno» e il «vuoto» siano contrari, lo sarebbero rispetto allo spazio che occupano o meno, ma non tra loro. Per il semplice fatto che pieni gli atomi, a differenza dello spazio, non sono mai vuoti.
Incurante però di tutto questo, il nostro filosofo cerca invece di allargare il consenso, tant’è la sua passione per lo schema dei «contari». Trovandolo così perfino tra quei filosofi che aveva scartato perché incompetenti nelle scienze naturali. Così egli chiama in causa Platone, che avrebbe anche lui affermato l’esistenza di due contrari, «il grande e il piccolo». Come pure i Pitagorici hanno riconosciuto il pari e il dispari. E perfino «Parmenide pone come princìpi il caldo e il freddo, e li chiama fuoco e terra» (Idem, 20). Parole che cito proprio per mostrare l’estrema elasticità logica del loro autore. Perché qui per contrari sono espressamente indicati sia i «princìpi» del cambiamento dei corpi (caldo-freddo), e sia gli «elementi» materiali tra loro (fuoco-terra). Di nuovo lo Stagirita fa l’indifferente, confondendo i princìpi «contrari» del divenire con una presunta «contrarietà» delle cose, e non è l’ultima volta che lo fa.
Pur con le dovute riserve, quindi, egli ha mostrato che praticamente tutti i filosofi prima di lui hanno posto in qualche modo dei «princìpi» contrari, entro i quali potesse svolgersi il mutamento dei corpi. Ovvio che nessuno lo abbia fatto come si deve. E tuttavia è proprio in forza di quest’accordo unanime appena autocertificato, che lui si permette di avanzare la sua ipotesi. Secondo la quale
«tutto quello che nasce, nascerà dai contrari, e tutto quello che perisce, perirà nei contrari» (Idem, 188b, 22).
Il quale tono perentorio non distrae dal fatto che il filosofo abbia, se non proprio cambiato, però certo disordinato il tema. Perché qui lui non dice più che i «contrari» siano princìpi del divenire, bensì azzarda che siano il principio e la fine di ogni cosa. In compenso, se il tono usato è forte, però l’esempio proposto riesce piuttosto fiacco. Parla del «bianco», che nasce dal nero, ma anche scompare in esso. Mentre dimentica di precisare che non è il bianco a diventare nero, bensì casomai un corpo bianco che diventa del colore contrario. La quale leggerezza genera appunto la confusione tra «princìpi» ed «elementi» del divenire. Altrimenti il discorso aristotelico ha una sua logica. In pratica si pongono i «princìpi» contrari, che ovviamente sono per forza sempre due. Come ad esempio grande e piccolo, alto e basso, leggero e pesante, bello e brutto, sano e malato, e così via. Ebbene quali che siano quelli scelti, ne segue che un qualunque corpo può essere o l’uno o l’altro dei contrari, oppure un termine medio tra i due. Li si possono anche figurare come i punti estremi e opposti di una linea, entro i quali appunto avviene il mutamento, e di cui si possono quindi anche pensare punti intermedi. Così ad esempio, un oggetto può risultare caldo, o al contrario freddo, oppure ancora tiepido. E lo stesso dicasi per tutte le chissà quante altre possibili coppie di contrari. Sicché appunto fin qui ci siamo, e questa è a tutti gli effetti la concezione dello stesso Aristotele. Peccato dunque che poi quella frase gli sia riuscita così decisamente fuorviante. Che peraltro, così drasticamente, «tutto» si generi dal suo contrario, per poi tornare a corrompersi in esso, non è per niente così chiaro come sembra. Stando all’esempio del filosofo, abbiamo solo che il colore di un corpo cambia da un contrario all’altro. Da simile ovvietà, però, a dire che per questo il nero «nasce» mentre il bianco «perisce», in effetti non ha un granché senso. Dato che certi predicati si addicono casomai agli esseri viventi, e non ai «contrari». Solo che in tal caso, se è vero che il vivo perisce nel morto, non lo è per niente che esso anche derivi dal medesimo. Perché il vivo nasce dal vivo, e non dal proprio contrario. Io posso concepire, come facevano i Naturalisti, che, dati uno o più corpi elementari di base, le cose derivino da quella materia di partenza, per poi tornare a corrompersi in essa. Mentre non riesco a pensare qualcosa che nasce dal e muore nel proprio contrario. Proprio perché non le cose, ma i «contrari» sono contrari a se stessi. Solo che questi non sono esseri viventi, che nascono e muoiono, figuriamoci quindi se fanno certe cose tra loro. Sicché non «tutto quello che nasce nascerà dai contrari», ma anzi niente lo fa, così come non c’è niente che perisce nel proprio contrario. Gli stessi «contrari», infatti, di per sé non vanno soggetti a generazione e corruzione, bensì s’avvicendano nei corpi, i quali già esistono per conto loro. Ecco allora che quell’iniziale, ma inflessibile affermazione del filosofo, si smentisce da sola, il suo schema concettuale salta, e il conto  non torna. Troppo frettoloso dire che «il bianco deriva dal non bianco», e viceversa, per risolvere la questione che egli stesso solleva. Perché anche il morto nasce dal non morto, per così dire, solo che in questo caso non viceversa.
Il colmo è che poco dopo sia Aristotele stesso a dire che
 «è impossibile che i contrari patiscano reciprocamente» (Fisica, I,  7, 190b, 33).
Per fortuna che tale suo clamoroso contraddirsi rispetto alla dichiarazione precedente, sia servito almeno a fare un po’ di chiarezza. Perché intanto egli ha finalmente precisato che «i contrari non sono sostanza» (Idem, 6, 189a, 28), cioè non sono cose, quanto piuttosto i «princìpi» del loro divenire. Aggiungendo anche che d’altra parte «non vi è sostanza che sia contraria a sostanza», per dire appunto che non sono le cose ad essere contrarie tra loro, bensì i contari stessi. Tra i quali, proprio per questo, «è impossibile» che si dia azione, e benché meno generazione reciproca. Qui scopriamo invece che i contrari «in linea di massima sono eccesso e difetto» (Idem, 6, 189b, 10), s’intende di una certa qualità in un certo corpo. Così avremo che un oggetto è più o meno bianco, o caldo, o anche bello, o sano, e così via. Ancora in queste pagine, tirando le somme del suo discorso, il filosofo rivela e ripete più volte che, per determinare come si deve il divenire, occorrono e bastano «tre» indizi in tutto. Lui parla indifferentemente di tre «elementi» o «princìpi», come fossero sinonimi. Laddove in effetti si tratta di due princìpi contrari e un corpo materiale. Due «princìpi»,  per esempio caldo e freddo, che sono di per sé immutabili, nonché estranei tra loro. Più un «sostrato» corporeo, lui sì mutevole, e proprio entro quegli estremi opposti nei quali si trova. Come dire appunto che i contrari non hanno alcun effetto l’uno sull’altro, bensì sul corpo che si scalda o si fredda. Il che sarebbe anche ovvio, se non fosse che su simile banalità lo Stagirita ci ricama sopra fino all’inverosimile vetta del suo pensiero. Tuttavia è indispensabile, se si vuole stargli dietro, avere presente questo schema mentale, di uno fissato sulla contrarietà di tutte le cose, e che per questo vede contrari dappertutto.

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